











Si chiama “sentiero dell’inglese” perché fu proprio il paesaggista inglese Edward Lear a percorrerlo a piedi per la prima volta nell’agosto del 1847. Un’esperienza che poi racchiuse nel suo libro [Diario di un viaggio a piedi - Reggio Calabria e la sua provincia (25 luglio - 5 settembre 1847), Laruffa editore, Reggio Calabria, 2003] e [Diari di viaggio in Calabria e nel Regno di Napoli, Graziella Cappello, Editori Riuniti, 1992]. Prendendo spunto da ciò, la cooperativa “Naturaliter”, grazie all’esperienza del progetto Cadispa del WWF, ha ricercato e reso fruibile parte dell’itinerario collegando oltre dieci centri collinari dell’Aspromonte meridionale e orientale.
Il “Sentiero dell’Inglese” si snoda lungo vallate di fiorente macchia mediterranea, punteggiata da suggestivi scorci panoramici sul mar Jonio e le caratteristiche fiumare. Si incontrano paesi con singolari impianti urbanistici e pregevoli monumenti, ricchi di storia e tradizioni.
Nonostante tali interessi, però, la principale caratteristica del “Sentiero dell’Inglese” non è l’ambiente ma la gente. In un mercato turistico dove le offerte proposte sono spesso avulse dal territorio che si percorre, il “Sentiero dell’Inglese” coinvolge direttamente le popolazioni locali. Propone infatti la stessa formula turistica adottata da Lear che soggiornò presso le famiglie aspromontane.
Questa esperienza, infatti, mette a contatto diretto con le famiglie di tali paesi, abitati da gente generosa capace di una sincera e coinvolgente ospitalità che mette a disposizione le proprie case, fornendo vitto e alloggio a base di prodotti tipici locali. Le serate sono animate da musiche, feste e balli tradizionali. Gli escursionisti soggiornano per 2 o 3 giorni in ogni borgo e vengono accompagnati da esperte guide locali nei luoghi più interessanti dei centri storici e dell’ambiente naturale circostante.
Ci si sposta a piedi da un centro all’altro, camminando lungo un sentiero che li collega tutti. Il soggiorno può variare da 2 ai 15 giorni. I luoghi interessati sono Amendolea, Bova, Palazzi, Pietrapennata, Staiti, Samo. Sant’Agata del Bianco, Caraffa, Casignana, San Luca, Natile, Platì, Benestare, Ciminà, Antonimia e Gerace.
Avvicinamento in auto: lasciare la SS 106 jonica all’altezza di Condofuri Marina e salire verso Condofuri. A circa 6 km dalla costa s’incontra la frazione di San Carlo e, poco dopo, un ponte che attraversa la Fiumara Amendolea. Percorso il ponte, seguire la strada che costeggia la fiumara e che conduce, in pochi chilometri, alle case di Amendolea.
percorso a piedi:
alle spalle dell’azienda agrituristica “Il Bergamotto” un sentiero consente di scendere sino al greto della fiumara. Portarsi sul versante opposto puntando a dei ruderi (mulino Pizzi). Qui ha inizio una pista chiusa da un cancello in ferro (superabile anche se è chiuso) che sale ripidamente lungo un uliveto (loc. Pitturina). Dopo una vasca per l’irrigazione la pista termina e si prosegue a vista verso monte su perando dei placconi rocciosi. Deviare a destra per un sentierino tra i fichi d’India e continuare verso monte. Si notano dei tralicci dell’E.N.E.L.
Puntare a quello più a destra, proprio sotto Monte Maradha. Giunti sotto un declivio roccioso, osservando con attenzione, s’individua un sentiero che lo supera ed in breve conduce al pianoro sotto Monte Maradha. Qui ha inizio una pista in quota che agevolmente conduce a San Simio, dove s’immette nella strada asfaltata che da Mangani sale a Gallicianò.
Poco prima della strada asfaltata, però, deviare a destra per una pista. Seguirla per un breve tratto sino ad un ruscello dove, a sinistra, si stacca un sentiero che sale tra i coltivi sino alle Palazzine, già in vista. Qui s’incontra la strada asfaltata che bisogna necessariamente seguire, per un paio di chilometri, per giungere a Gallicianò.
Dopo una sosta al l’unico bar dell’unica piazza del paesino tornare indietro per qualche centinaio di metri lungo la strada asfaltata sino ad una curva dove si stacca, a sinistra, una pista che conduce al cimitero e poi prosegue scendendo sino alla fiumara.
Ad un bivio andare a sinistra seguendo comunque la pista più battuta.
Ampi panorami sulla Fiumara Amendolea e sul Vallone di Focolio verso il quale ci dirigiamo, In alto le arcate del ponte sul Passo della Zita. Dopo numerosi tornanti si guadagna il greto della Fiumara Amendolea. Sulla riva opposta i ruderi del mulino di Focolio (variante C). Il resto dell’itinerario è un percorso obbligato lungo il letto della fiumara che forma 3 ampie anse. I tempi di percorrenza variano a seconda della portata d'acqua. Poco prima di avvistare la case di Amendolea s'incontra la briglia di Cavatena, un manufatto che, nonostante la sua mole, è stato distrutto dalla piena del 1971.
La Fiumara Amendolea è la più imponente dell’intero Aspromonte, il motivo ricorrente di questo sentiero. La si domina dapprima dall’alto con ampi panorami che giungono sino al mare e all’Etna per poi avvicinarsi sempre più come risucchiati ed attratti inevitabilmente. Nell’ultimo tratto del percorso ci si ritrova infatti minuscoli e sperduti nell’immenso alveo del corso d’acqua con le ripidi pareti della valle che incombono: una piccola formica in fondo ad un imbuto. Solo da quaggiù si può comprendere quanto questa sinuosa via d’acqua, pietre e sabbia potesse giustamente intimorire i grecanici che erano costretti a percorrerla.
Il sentiero descritto è probabilmente uno dei più antichi collegamenti tra la Chora (la capitale) e Roghudi. Il tratto sino a Noì collega una serie di casolari ormai abbandonati o trasformati in ovili posti sui crinali dei valloni che confluiscono nell’Amendolea. Purtroppo, nei pressi di Chieromandri il sentiero è spesso dissestato per le frane.
Quasi parallela al sentiero, ma più alta in quota, corre la vecchia strada provinciale ormai lasciata senza alcuna manutenzione dopo la costruzione di un’altra strada che attraversa i Piani di Bova e giunge a Roghudi con un tracciato più lungo. Consigliabile una visita di Bova.
La posizione dominante offre panorami grandiosi sulla vallata mentre i vicoli, gli slarghi, le chiesette ed i palazzi nobiliari ne fanno un borgo dall’atmosfera unica. Possibilità di soggiornare in antiche case gestite dalla cooperativa San Leo che fa parte della rete dell’ospitalità diffusa lungo il Sentiero dell’Inglese.
Avvicinamento in auto: da Bova Marina 14 km di strada conducono a Bova. Non entrare nel paese, ma proseguire verso la montagna superando il campo di calcio; poco più di un km e si nota a sinistra una stradina asfaltata che scende verso alcune case.
Percorso a piedi: imboccare il sentiero che inizia dietro una delle prime case a destra e, in questo primo tratto, un’ampia e comoda mulattiera intersecata da numerose sorgenti che tra lecci e qualche castagno conduce alle case ed ai coltivi di Lestizi. Superate le case, una pista consente di risalire sino alla strada costruita in epoca fascista. Se ci si mantiene invece in quota, dopo l’ovile si riprende il sentiero e, dopo aver superato un ruscello tra enormi castagni, si giunge alle prime case di Spartusa.
Dalle case poste più in basso ricomincia il sentiero che dopo l’ennesimo ruscello attraversa alcuni sfasciumi e poi aggira un costone roccioso per scendere nel torrente che scorre nell’incassato Vallone Chieromandri giungendo alle case in località Tribuna (toponimo, come molti altri, non riportato sull’I.G.M.). Il tracciato è ora meno evidente ma sono ben visibili le case di Noì alle quali si perviene dopo aver superato il solito ruscello. In cima al vallone si notano i muraglioni di contenimento della vecchia provinciale e sul versante opposto della fiumara il sentiero che sale a Roccaforte.
Si raggiunge quindi la pista che sale alla vecchia provinciale all’altezza di Simomogorto. Seguirla per un centinaio di metri sino ad una curva destrorsa dove si notano più giù alcune case su di un piccolo terrazzo proteso sulla fiumara ed alle quali arriva un esile sentiero. Giungendovi, potrete finalmente vedere Roghudi ed il tratto lungo il letto della fiumara che bisogna percorrere per raggiungerlo.
Sono circa 2 km ma non sottovalutate il percorso perché in presenza di molta acqua sono necessari diversi guadi. Da Noì si scende, attraverso vecchi terrazzamenti, verso i resti di un casolare poco discosto dal greto della fiumara. Si supera un ruscello ed una cisterna giungendo ad una strettoia con un cancello di legno.
Lasciato il casolare alla sinistra si perviene al greto della Fiumara Amendolea che bisogna risalire liberamente. Tenendosi sempre sul versante sinistro idrografico in alcuni costoni che si protendono come penisole verso la fiumara, si notano alcuni tratti dell’antica mulattiera che si teneva alta sulla fiumara evitando continui guadi: l’ultimo di questi tratti è franato ed a seconda di dove la fiumara scorre può essere obbligatorio guadare.
Subito dopo giungerete alla confluenza del Torrente Furria con la Fiumara Amendolea e quindi alla base del lo sperone roccioso sul quale è costruito Roghudi. Un’acciottolato in parte franato introduce nel paese attraverso la cosiddetta “porta di mare” e con l’ultimo brusco dislivello porta alla chiesa ed alla piazza principale.
Volendo rinunciare a percorrere la fiumara si può giungere a Roghudi con un giro più lungo: a Noì seguire la sterrata per salire sino a Simomogorto (dislivello 352 m) e collegarsi alla vecchia provinciale. Percorrerla, in discesa, per 3-4 km. Dopo aver superato un grande ponte, tornati in vista di Roghudi, un sentiero a sinistra conduce tra coltivi sino alla confluenza del Torrente Furria con l’Amendolea e quindi proprio sotto il paese.
Altre possibili pratiche sportive: lungo il Torrente Furria, il Gruppo di Torrentismo del C.A.I. di Reggio Calabria ha individuato un tratto di gole ed un arco di roccia.
L’escursione è interessante perché consente di notare l’enorme quantità di detriti che il Vallone Colella, con la frana sovrastante, trasporta nella Fiumara Amendolea. L’itinerario segue per un tratto una stradella interpoderale asfaltata ma non è per nulla banale perché attraversa coltivi ben curati. Conviene fermarsi, poco dopo Ghorio di Roccaforte, a Torre di Plettéa, un sito abbandonato con una chiesetta ed un edificio grandioso con funzione di controllo sulla Fiumara Amendolea.
Avvicinamento in auto: l’itinerario prende avvio da una stradina recentemente asfaltata che si stacca a sinistra della strada asfaltata che scende da Roccaforte del Greco alla sua frazione di Ghorio. Usciti dall’abitato di Roccaforte e superato il campo sportivo, dopo poche centinaia di metri si nota un ampio tornante. In alternativa, si può proseguire per Ghorio di Roccaforte e tornare indietro a piedi per 1.5 km. Quest'ultima soluzione consente di lasciare l’auto in paese.
percorso a piedi:
seguire la stradella che supera un ruscello in località Scerangone ed ai due bivi successivi tenersi a sinistra (a destra si scende verso la fiumara). Poco prima che termini la pista, in località Vallone Scala, s’incontrano diversi casolari. Il Vallone Colella è ora ben visibile sotto la pista.
Scendere liberamente al greto della fiumara e guadarla dirigendosi verso un uliveto sulla riva opposta. Noterete un piccolo affluente (viene giù dai Piani d’Amusa), risalitelo (alcuni casolari alla vostra destra) e giungerete alla pozza sotto la Cascata Calònero. Per portarsi più in alto è necessario avere dimestichezza con l’arrampicata e prestare attenzione agli appigli rocciosi spesso insicuri.
Varianti: data la brevità del percorso si può completare la giornata salendo al ciglio della frana Colella e con la visita di Torre Plettea, insieme di costruzioni tra le quali anche un’antica chiesetta con campaniletto a vela, a meno di un chilometro. sotto Ghorio di Roccaforte.
Al la confluenza tra il Vallone Colella (versante sinistro orografico) e la fiumara Amendolea, a quota 593 m, si trovano i ruderi del mulino Sgrò. Altre possibili pratiche sportive: il tratto sino al Vallone Colella è percorribile in mountain bike. Alcuni scivoli di roccia lungo il Vallone Colella si prestano per il torrentismo purché dotati di attrezzatura ed esperienza adeguata.
Monte Cerasìa è un'eccezionale punto panoramico tra il mar Jonio e l'Aspromonte. La vista consente infatti di dominare gran parte del massiccio. La parte centrale ricoperta di boschi dal Montalto giù sino ai campi di Bova per poi degradare verso il mar Jonio con versanti ripidi e brulli solcati da numerose fiumare. Spiccano aguzze le rocche di Bova e di Pentedattilo ed in lontananza l’Etna. L’itinerario segue per buona parte una stradella in terra battuta che da Staiti sale verso la montagna e che si sviluppa ai confini del parco nazionale.
Merita una visita Staiti, un paese ancora a misura d’uomo, arroccato in alto con un bell’impianto urbanistico a gradinata, dove non c’è molto posto per le automobili ed è quindi ancora usato l’asino. Vi opera un attivissimo Circolo culturale che durante l’anno organizza numerose sagre. La più famosa è quella che si svolge nella prima decade di agosto dedicata ai ‘maccarruni i casa’ , una pasta lavorata artigianalmente che viene condita con il sugo della capra. I soci del Circolo sono stati tra i primi ad organizzare l’ospitalità nelle case di Staiti facendolo così entrare nel circuito del Sentiero dell’Inglese, che dal 1994 registra un crescente afflusso di escursionisti italiani e stranieri.
Infine, da non perdere, la visita dell’abbazia di Santa Maria di Tridetti, raggiungibile con una breve deviazione lungo la strada che dalla costa giunge al paese. I ruderi sono incastonati in una piccola valle avvolta dal silenzio. Risalgono al periodo bizantino-normanno.
Avvicinamento in auto: seguire la Strada Statale 106 fino a Brancaleone Marina e qui deviare per Staiti, dove si giunge dopo 12 km.
percorso a piedi: lasciare l’auto nei pressi del curvone dove stazionano i bus di linea. Nel centro di Staiti, infatti, le vie sono così anguste che è difficile posteggiare e finanche transitare. Salire quindi verso la piazza principale e da qui proseguire per la parte alta del paese (Calvario) fino ad uscire dall’abitato. Una stradina sale verso la montagna collegandosi, poco dopo, ad una strada in terra battuta. Seguirla sempre verso monte tralasciando le deviazioni su piste secondarie (variante A). Nei punti aperti si notano a sinistra i ripetitori installati su Punta di Gallo che ci copre la vista del borgo di Pietrapennata e poco in basso i ruderi del Monastero della Madonna dell’Alìca. Alcune ‘ncurtiture consentono di tagliare le ampie curve della strada e raggiungere la fonte che le carte dell’I.G.M. riportano come Acqua Rugiada (errata italianizzazione del toponimo Acqua Ruggiata, cioè ferruginosa). Al bivio successivo lasciare a destra la strada principale (variante B) e prendere a sinistra una stradina tra pini e lecci. In breve si sbocca nel Piano di Maroprete (variante C) con delle capanne in legno apprestate dai boscaioli che hanno aperto alcune piste d’esbosco che si inoltrano verso Monte Cerasìa. Seguire quella a destra che continua a salire sempre più ripida fino ad un affaccio dove si ha di fronte Monte Cerasa con, ben visibile, un punto trigonometrico. Si segue la pista, ora in piano, per un centinaio di metri, lasciandola, presso una grande quercia, per un sentiero a destra, tra lecci ed eriche, che segue una recinzione in filo spinato. Siamo infatti in località Tre Limiti, cosiddetta perché ivi confinano i comuni di Bova, Palizzi e Staiti. Usciti dal bosco dirigersi alla sella sotto Monte Cerasìa e con una breve salita si raggiunge la cima (variante D).
Varianti: variante A. Il primo bivio a destra, in discesa, conduce a Samo seguendo verso nord il Sentiero dell’Inglese.
Variante B. La pista principale prosegue per i Campi di Bova e quindi Casalnuovo.
Variante C. Dal Piano di Maroprete possibile deviazione, eventualmente al ritorno da Monte Cerasìa, per i ruderi del Monastero della Madonna dell’Alìca. Indispensabile carta e bussola. Il sentiero, in alcuni tratti è occluso dalla macchia mediterranea. Puntare verso sud seguendo la pista sterrata che si trova poco sotto le capanne. Seguirla per circa 100 m, sino ad una curva dove lasciarla per un sentiero sulla sinistra. Il percorso scende lungo un costone e giunge in vista dell’Alìca che è ormai facile raggiungere (0.45 ore). Per il ritorno seguire il tragitto del l’andata sino al valico. Da questo si nota, dall’altra parte del vallone, la strada sterrata per corsa all’andata. Continuare a salire ma prima che il costone divenga più erto trovare un sentiero sulla destra che proseguendo in quota s’innesta in una stradella sterrata. Ai piedi di una giovane pineta si trova la sorgente di Terricciolo. La stradina, in breve, collega alla strada (0.45 ore) che scende a Staiti.
Variante D. Da Monte Cerasìa si giunge a Bova lungo il Sentiero dell’Inglese. E però un tratto complesso nella prima parte e lungo. Indispensabile una guida.
Altre possibili pratiche sportive: utilizzando le numerose strade sterrate, in particolare la variante B, si possono studiare itinerari in mountain bike o a cavallo che giungono a Bova dall’alto e poi scendono al mare.