






Il Santuario di Polsi
[Diario di un viaggio a piedi - Reggio Calabria e la sua provincia (25 luglio - 5 settembre 1847), Laruffa editore, Reggio Calabria, 2003] e [Diari di viaggio in Calabria e nel Regno di Napoli, Graziella Cappello, Editori Riuniti, 1992], descrisse Polsi comunicando la sua meravigliosa atmosfera:
la processione. Per festeggiare ci si riunisce davanti a grandi fuochi, dove viene arrostita la squisita carne di capra; il suono del tamburello dà ritmo alla tarantella che viene danzata quasi incessantemente. Odori, profumi e sapori ci fanno scoprire ambientazioni che ormai pensavamo potessero appartenere soltanto ad un antico passato...
Teofilo, Neofito, Simeone e il venerabile frate Gerasimo. Anche San Leo di Africo era solito portarsi a Polsi per adorare la santa Croce.
un documento posteriore all'arrivo della statua a Polsi. L'altare, in marmo policromo, fu offerto dalla città di Messina nell'anno 1737; alcuni pezzi di marmo, deterioratesi con il tempo, sono stati ricostruiti. All'estremità è posto un quadro dipinto ad olio di autore ignoto, raffigurante il Buon Pastore. Ai lati, due colonne con capitello, abbelliscono la monumentale costruzione. Al centro, sovrasta imperiosa la statua della Madonna col Bambino. Sotto il sacro Simulacro, si trova il tabernacolo con porticina in argento.
Preceduta dalla solenne novena che inizia il 24 agosto e dalla grande veglia di preghiera, la festa della Madonna si celebra il 2 di settembre. Alle ore 10, il Vescovo della Diocesi di Locri (abate del Santuario), presiede la solenne concelebrazione eucaristica all'esterno della chiesa. Terminata la solenne cerimonia inizia, per le strade del santuario, la Processione con la statua della Madonna, offerta al sacro luogo. (il privilegio di preparare la Processione spetta ai cittadini di Bagnara Calabra). Nel tratto finale, al grido di 'Viva Maria' la Madonna viene sollevata e mostrata al popolo orante e plaudente.
Intorno al Santuario, da secoli, comunità siciliane e calabresi si sono costruite case per ricoverare i loro cittadini nei giorni della festa che cade fra il 1° ed il 3 settembre. C’è una Domus Siculorum, come c’è una Domus Locrensium, e ne portano l’iscrizione. Questa nostra Madonna che non ha nulla di dolce, bensì d’imperioso, nessuno può muoverla dalla sua nicchia senza che avvenga il terremoto, e per poterla portare in processione, poichè non c’è festa senza processione, se n’è fatta una copia ma più leggiera e non così bella.
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Il Calabrese, anche quando parte per l’America, anche se va soldato, si porta il suo pane e il suo companatico; li porta nella manica della giacchetta che si mette a tracolla, e lega la manica in fondo come un sacchetto. Per lui non esistono ancora le osterie e gli alberghi. La sua diffidenza è antichissima. A questa festa che dura tre giorni, il Calabrese non è solo come in tutte le sue peregrinazioni, ma porta la donna e i figli; la donna con una cesta ben equilibrata sul capo, dentro la roba, e sopra alla roba magari il piccino che non sa ancòra camminare. I ragazzi pensano sempre a questa festa, le ragazze l’aspettano cantando canzoni apposite; in questa festa si incontra gran gente, e si balla, dirò come.
o una coppia di buoi, o pecore, o un carico di formaggio, di vino, di olio, di grano; ci sono tanti modi per disobbligarsi con la Vergine delicata, come la chiamano le donne. Uno, denudato il petto e le gambe, si porta addosso una campana di spine che lo copre dalla testa ai piedi, spine lunghe e dure come crescono nel nostro spinoso paese, e che ad ogni passo pungono chi ci sta in mezzo.
Per la strada, chi non è intento ad altro prende un sasso e lo porta fino alla croce dell’altura in vista dei santuario, qui lo butta in una mora di altri sassi, e in due giorni si fa un cumulo di materiale buono per la fabbrica del convento e degli ospizi dei pellegrini. Io mi ricordo che portavo un sasso piccolino quand’ero piccolo. Ci sono le fresche fonti della montagna, desiderio del Calabrese che ha paesi poveri d’acqua. La notte, per illuminare la strada, si dà fuoco agli alberi secchi colpiti dalla vecchiaia e dal fulmine, e fanno da torce pel sentiero difficile. Io ci andai per la prima volta a nove anni. Mi ricordo che bruciava una vecchia quercia gialla.
buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi. La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo.