Proporsi di indagare il mondo sociale, la vicenda economica e quella dei costumi, ignorando quella della cultura popolare ed in particolare del dialetto che costituisce una delle “lingue” attraverso le quali una parte della società si esprime, sarebbe come spogliare quella storia di uno degli elementi più importanti e pertinenti. Lo scarno vocabolario usato dai nostri antenati, racchiude il mondo in cui essi vivevano e lo rappresenta in maniera chiara e definita. Accanto ad una lingua per così dire “colta”, usata da una parte della popolazione urbana, troveremo quella essenziale e limitata del mondo contadino, quella più regionalizzata degli scambi e dei commerci, quella misteriosa e fascinosa dei mestieri e delle arti; troveremo quella della canzone e della poesia, dei proverbi e degli aforismi.
Un insieme che necessiterebbe di un vero e proprio scavo archeologico a che, mi auguro, possa impegnare la nostra prossima fatica. Si tratta intanto di una lingua più parlata che scritta, anzi raramente scritta, tramandata di generazione in generazione con l’essenziale dialogo quotidiano, l’occasionale canzone poetica e la citazione di vecchi detti, e non vale solo come testimonianza di una cultura antica, quanto come espressione caratteriale e comportamentale. La radice profonda ed inestirpabile è quella greca. In una lettera del mitico e disincantato Cesare Pavese alla Maria, dal suo esilio di Brancaleone, si legge: “Qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come morto, dicono “esti u confinatu” lo fanno con tale cadenza ellenica che mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento...”
Ora, una donna di Cittanova, come tutti possiamo convenire, si sarebbe espressa alla stessa maniera: “u confinatu”, ed avrebbe battuto sicuramente la stessa cadenza. “La fenomenologia della parola dialettale si definisce, agli occhi di chi la ritrova, nei termini di una seconda nascita dal profondo di una rivelazione. E’ il regresso alle origini esistenziali, una discesa in un mondo sotterraneo ed è esperienza tanto più autentica quanto più quel dialetto è del tutto scevro di tradizione letteraria.
Alle soglie del duemila, in un mondo attratto dalla politica per 1’integrazione dell’Europa, una domanda ci viene ripetutamente avanzata da più partì: “Si può ancora insistere sull’utilità di continuare a parlare di “dialetto”? “La domanda giunge dai giornali, dalla TV; la propongono sociologi, pedagoghi e poeti.
Interessante, per sintesi e completezza, è la risposta che andiamo ad estrapolare da “I vizi capitali” di Umberto di Stilo, Edizione A.C.R.E., per bocca di Ulderico Bernardi, ordinario di sociologia alla “Cà Foscari” di Venezia. “Quanti ragazzi forse non sanno che negli ultimi tempi, proprio mentre a molti sorride l’idea di un’ Europa “sovranazionale”, sorgono da più parti proposte di segno contrario? Non sono pochi, infatti, in Italia, coloro che auspicano il recupero e la valorizzazione delle culture locali e regionali. La scuola sembra luogo privilegiato di questo recupero: educare alla cultura dei padri, che si esprime principalmente nel dialetto, dovrebbe essere, secondo molti autorevoli pareri, uno dei compiti degli insegnanti. Sorge la necessità di radicarsi nel solito e umoroso terreno delle culture di appartenenza. Solo chi è ben saldo nella sua cultura tradizionale sa trarre i maggiori vantaggi da un corretto rapporto con le altre culture con cui viene in contatto. Chi è radicato affronta serenamente e senza paura assimilazione e dialogo con lo straniero.
Chi impara fin da bambino il dialetto è predisposto all'aggiunta di altre lingue; ma il prezzo per imparare le lingue non è la cancellazione del dialetto ! Anzi, lo riteniamo come il veicolo più importante di una sorta di “indipendenza culturale” da quelli che sono i modelli stereotipi comunemente impostati dallo Stato. Insegnare ai ragazzi ad amare le loro radici non solo genealogiche, ma anche di appartenenza ad un popolo, ad una terra con una sua cultura antichissima ed ancora assai vivace mi è sempre sembrato il modo migliore per rivendicare la libertà delle persone rispettose all’irregimentazione voluta dallo Stato sui banchi di scuola.”
Dice Mansueto Lombardi Dotti nella sua prefazione “Le poesie di Geppe” di Gino Custer De Nobili da Lucca a proposito del dialetto: “...la vera assenza è se, vivendo a contatto del popolo di Lucca fuori, fece fuori i suoi pensieri, gli usi, le costumanze i modi di dire e - su un piano elevato - la storia; se in una parola, approfondì la vita e (merito grande che altrimenti di quella parlata, sarebbe sparito l’aroma e il sapore) ne assorbì e tramandò il vernacolo e divenne maestro di quello studio della cultura e dell’anima del nostro popolo.
D’altro canto, quando nel 1845 l’inglese J.M. Thoms coniò il termine Folklore per indicare la demologia (unendo i due termini folk=popolo e lore=dottrina) vi incluse tutta la dottrina che abbracciava il complesso dei costumi popolari, affidandolo alla poesia. Anche nella nostra poesia popolare si muove tutto il popolo nostro, con le sue ingenuità, con la sua disperazione, col suo fatalismo di cui nel verso, o se vogliamo nel canto che traduce al pubblico il verso, troviamo una sincera e vivace rappresentazione. Storia ed anima, anima e storia, liberate dal difficile involucro della lingua, per narrarsi. Se nel pantano dei secoli mutano gli usi ed i costumi, la lingua e le sue radici, che serbano sempre, pena la morte, il loro valore di storia, hanno come conseguenza naturale il compito di assecondare il cambiamento mediante il loro apporto e, contemporaneamente, evolversi e trasformarsi insieme a quelli.
Altre volte è l’evolversi del linguaggio, una sua più diffusa pratica ambientale o la sua intrinseca vocazione ad espandersi, ad incidere sull’evoluzione dei costumi e dei comportamenti. Nell’un caso e nell’altro c’è un fatto certo di interdipendenza e di reciprocità. La Calabria non ha mai costituito un’unità etnografica, tanto meno un’unità linguistica. Notevolissime le differenziazioni tra le popolazioni della Calabria Settentrionale e quelle della Calabria Meridionale. Questa la descrizione che ci ha lasciato nel libro: “Della Calabria Illustrata” stampato nel 1691, Giovanni Fiore da Cropani: “Convien dire che la Calabria di là, come già rampollo degli antichi Brezji, avezzi a nutrirsi fra li disagi delle campagne, e poi delle guerre, fosse per natura sofferente, a gran cuore il travaglio, pronta alle vendette dell’ingiurie quasi tutta armigera... La Calabria di quà, per lo più greca, ritrae il costume e il linguaggio de’ Greci, delicate nel vivere…”
Relativamente presto, la lingua latina si era espansa in quella “Calabria di là”, già ai tempi di Augusto, sostengono alcuni studiosi; mentre più a Sud, la colonizzazione romana aveva trovato l’ostilità di quelle popolazioni greche che dai centri costieri (Hipponium, Tropaea, Medma, Scyllaeum, Locri) si erano man mano estesi ai centri dell’entroterra ed a quelli delle montagne.
In questi centri il greco incomincia a subire un lento disfacimento solo a partire dal secolo XI, ma, cosa veramente strana, a questo disfacimento ed all’affermazione dì una neoromanità resistono di più le popolazioni dell’entroterra, nelle zone a Nord dell’Aspromonte, a Palmi, Oppido, Cittanova, Santa Cristina, che non quelle della Magna Grecia. Il processo di romanizzazione in questi centri fu assai lento e la lingua mantenne, per quanto potè, le vecchie radici elleniche. Inoltre, piuttosto che per gli ovvi canali del Nord, essa si modificò a causa di forme del volgare italiano che rivelavano chiari rapporti con il dialetto siciliano, quindi per i canali del Sud.
A queste conclusioni è arrivato anche G. Bonfante: “La Calabria Meridionale ricevette il suo speciale dialetto dalla Sicilia, e ciò spiega perché il calabrese meridionale sia in realtà null’altro che una varietà del siciliano” (Boll. del Centro di Studi Fil. e Ling. Siciliani, vol. III, 1955, p.220). Ecco alcuni esempi:

ITALIANO

CALABRIA
SETTENTRIONALE

CALABRIA
MERIDIONALE

SICILIA

CITTANOVA

ago

acu

agugghia

agugghia

agugghia

mela

milu

pumu

pumu

pumu

uva

uva

racina

racina

recina

scrofa

scrufa

troia

troia

troia

sarto

cusiture

custureri

custureri

custureri

goccia

gutta

stizza

stizza

stizza

cieco

cecatu

orbu

orbu

orbu

Giunge alle medesime conclusioni nella sua: La struttura Linguistica della Calabria - in Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria - Longo Editore Ravenna, 1982 - Gerhard Rohlfs, il noto linguista di origine tedesca che per oltre quarant’anni, a partire dal 1921, ha girato in lungo e in largo la Calabria, fermandosi anche a Cittanova. Qui abbiamo avuto il piacere di conoscerlo e di collaborare con lui intorno al 1978-79. Innumerevoli sono le caratteristiche morfo-sintattiche dove è facile cogliere il sostrato greco del nostro idioma. Uno di questi, per esempio, è la totale assenza dell’infinito dopo i verbi che esprimono una volontà o un’intuizione, mentre esso è normalmente usato quando fa seguito al verbo potere. L’infinito viene sostituito per mezzo della congiunzione mu.

Voglio dormire = vogghiu mu dormu, dove il verbo volere (voglio) esclude l’uso dell’infinito.
Non posso dormire = no’ pozzu dormiri, dove il verbo potere (posso), invece, rimette in circolo il verbo all’infinito.
Non voglio sapere = non vogghiu mu sacciu.
Non posso sapere = no’ pozzu sapiri.
Ho capito, non vuoi venire = capiscìa, no’ nvoi mu veni.
Ho capito, non puoi venire = capiscìa, no’ npoi veniri.
Dunque, non vuoi pagare = dunca, no’ nvoi mu paghi.
Dunque, non puoi pagare = dunca no’ npoi pagari.

L’elemento originale greco viene conservato in misura maggiore in una parte della popolazione che ha meno contatti con la parola. Quella parte di gente, contadina e rurale, che vive in una specie di isolamento rispetto agli abitanti dei paesi delle zone urbane che, per un motivo o un altro, avevano maggiore occasione di comunicare. Basti pensare al “banditore”, usato in maniera pubblica per annunciare le cose più svariate e che tendeva, a seconda da chi gli proveniva l’incarico, a valorizzare o a italianizzare il messaggio che lanciava, lasciandone, a poco a poco, eco e memoria negli ascoltatori.
Il mondo contadino era abituato a spendere la parola come si trattasse di una cosa preziosa; parsimoniosi in tutto per necessità, lo diventavano anche quando si trattava di fare uso della parola. In effetti, il mondo e i suoi concetti dì vita, si riducevano notevolmente man mano che ci si allontanava dal centro abitato, dove le occasioni di incontro erano maggiori e la necessità di esprimersi si adeguava di giorno in giorno, anche se il dialogo veniva gridato da una strada all’altra.
Nell’ambiente contadino, invece, la vita era improntata a una grande severità. La parola veniva evitata quasi come fosse un elemento di turbativa e di pericolo. Il mondo della confidenza era sconosciuto. Tra moglie e marito, tra fratello maggiore e fratello minore, erano rarissimi i casi in cui ci si rivolgeva la parola dandosi del tu. Non si capisce se per una forma di eccessivo rispetto o più semplicemente per una questione di subordinazione. La vecchia lingua greca, quindi, manteneva in queste condizioni e tra questa gente, una sua maggiore vitalità. Non per niente essa si manifesta in quei nomi che hanno più stretta attinenza con il mondo della campagna, come gli alberi e gli uccelli, o gli utensili tipici di quel mondo. Ecco alcune di queste voci che ancora oggi suonano familiari ai nostri orecchi:

spalassu = ginestra spinosa;
agromulu = melo selvatico, per il mondo delle piante;
goleu = civetta;
scefrata = lucertola;
zampurida = lucciola;
fassa = colombaccio;
petuda = farfalla, per quello degli animali;
trimoni = per vaglio, per il grano;
cadipu e sirti = tira braci;
ajjeri = straccio da cucina, per taluni attrezzi domestici.

Faremmo, però, un grave torto alla nostra lingua se limitassimo alla sua parte nobile questa breve sintesi sulle origini, dimenticando che nel corso dei secoli, vicende storiche, le più svariate, lasciarono anch’esse il loro segno in questo campo, come in tutti gli altri che costituiscono la complessità dell’intera nostra storia. Dobbiamo perciò tenere conto di quanto, nel dialetto Cittanovese, rimane della lingua araba, dello spagnolo, del francese, a prescindere dai francesismi innescatesi con la lingua nazionale. Per quel che concerne l’influenza araba, che arriva tra i secoli X e XI e che non è certamente dovuta solo alle imprese di guerra che gli arabi intraprendono contro le coste calabresi dai posti avanzati della Sicilia, ma anche allo sviluppato senso del commercio e dei traffici che intercorsero tra loro e le nostre popolazioni, ci sarebbe molto da dire. Essa, infatti, riguarda quella parte di dialetto che affonda le radici nel campo degli scambi commerciali, dandoci anche un’idea della loro limitatezza:

soladda = coperta grossolana, in arabo saladda;
tumano = misura di capacità, in arabo tumn;
cafisu = misura di olio, in arabo kaftz;
giarra = recipiente per olio, in arabo garra;
musulucu = specie di cacio fresco, in arabo masluk;
tafareda = canestro, in arabo taifurija;
cantaru = misura di quantità corrispondente ad un quintale circa, in arabo kindar.
L’arabo lascia anche una traccia non trascurabile nei nomi di famiglia come Nesci, Sirianni ecc...

lumera = lucerna da lumière;
percia = pertica da perche;
accattari = comprare da acheter;
bedottula da belette;
burvera = erica da bruyère;
cervedu = capretto da chevrel (franc. ant.);
custureri = sarto da coûturier (franc. ant.);
gialinu = giallo da jelne;
fumeri = letame da fumier;
zzapimu = abete da sapin;



DIALETTO

ITALIANO

SPAGNOLO

alliffari

azzimare

alliffar

papellu

scritto

papel

tamarru

uomo rozzo

zamarro

pisari

pesare

pisar

ajjari

trovare

hallari

chicari

arrivare

ilegar

sarpedizza

cotta

sobrepelliz

Per quello che concerne i derivati di lingua francese e spagnola non si deve dimenticare che alla base esiste una radice o una derivazione comune: quella latina. E’ da precisare che non si può con questa breve analisi e con i pochi esempi riportati, pretendere esaurito, ed esaurito bene, l’esame della struttura del nostro lessico, le fonti delle sue origini e la sua evoluzione. Il nostro è solo un tentativo per richiamare l’attenzione su un patrimonio culturale dimenticato troppo facilmente a favore dì argomenti più enfatici e meno utili. A nostro avviso, un argomento che non può essere circoscritto in un ambito così ristretto, ma va ripreso in una sede più appropriata.


fonte testo: Raffaele Romano Giovinazzo, Cittanova - La vita economica e sociale. La Cassa Rurale e Artigiana, 1920 - 2004, Rubbettino Industrie grafiche ed editoriali, Soveria Mannelli (CZ), 2004.

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