Il museo, uno dei più noti al mondo, offre un panorama completo della colonizzazione greca in Calabria. La sua costruzione si deve all’archeologo Paolo Orsi che, in seguito al terremoto del 1908, auspicò la fusione dei materiali del vecchio Museo Civico, risalente all'anno 1882 con le collezioni statali e i reperti provenienti dagli scavi da lui condotti in tutta la Calabria. Progettato da Marcello Piacentini nel 1932 secondo i più moderni criteri museali, il monumentale palazzo, situato in Piazza De Nava, si sviluppa su 4 piani ed ospita i reperti ritrovati in Calabria in tanti anni di ricerche: dagli scavi di Locri del duca di Luyries (1830), a

Museo Nazionale della Magna Grecia - clicca per ingrandire la foto

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quelli di Paolo Orsi (1889) e della Soprintendenza Archeologica della Calabria. Fu aperto parzialmente al pubblico nel 1954. Lo hanno arricchito, nel corso degli anni, molti ampliamenti, fino a quelli del 1981 con l'istituzione, al piano inferiore, della sezione di archeologia subacquea, che ospita i famosi Bronzi di Riace e la splendida testa di Filosofo da Porticello e del 1982 con l'apertura al primo piano delle sale dedicate, secondo un criterio topografico, ai materiali provenienti dalle colonie e sub-colonie del territorio calabrese. Alstatuina votiva (da Medma) piano terreno e' disposta la Collezione preistorica protostorica e locrese. Al primo piano, oltre all'esposizione dei materiali provenienti da Reggio, Medma, Caulonia, Krimisa e Laos, trovano spazio anche la collezione numismatica e una scelta di epigrafi greche e romane. Al secondo piano si trova la sezione d'arte medievale e moderna che attende ancora un'adeguata sistemazione, tra le altre opere, degne di menzione sono due tavolette di Antonello da Messina (San Girolamo penitente e Visita dei tre angeli ad Abramo, 1460 circa) e II ritorno del figliol prodigo di Mattia Preti (1656-60).


Nel 1981 è stata inaugurata al piano inferiore la sezione di archeologia subacquea, in onore di Giuseppe Foti, soprintendente dei rinvenimenti di Riace e Porticello. L' allestimento con un nuovo sistema di climatizzazione e con nuovi basamenti per le statue (1996) è legato agli interventi di restauro che hanno interessato i due guerrieri di Riace e che hanno consentito, rimuovendo circa 60 kg di terra di fusione dall'interno di ciascuna delle statue, una loro ottimale conservazione. Su questo piano si trovano tre sale.


In questa sala c'è una consistente esposizione di ancore, in pietra o piombo, rinvenute nei fondali dei mari calabresi; sono esposte, inoltre, anfore greche di età arcaica, ellenistica (IV-II secolo a.C.) e romana (II secolo a.C. - III secolo d.C.).


Sono conservati i frammenti di tre statue bronzee ritrovati tra il 1969 e il 1970, nelle acque di Porticello, presso l'imboccatura settentrionale dello stretto di Messina, sul relitto di una nave della fine del V secolo a.C. Due figure stanti nude (forse atleti) ed una stante drappeggiata di un vecchio barbato, forse un filosofo, la cui testa ritratto è esposta nella sala successiva.


In un grande salone climatizzato sono ospitati, su sofisticati supporti antisismici, i bronzi di Porticello (la splendida Testa del Filosofo e la Testa di Basilea) e le due celebri statue dei Bronzi di Riace. Costituiscono l’unico caso al mondo di presenza di ben quattro reperti bronzei; ad essi si aggiungono gli splendidi esempi di testimonianze custodite al British Museum di Londra, di Zeus ad Atene, di Apollo al Louvre (Parigi).
La
Testa della statua bronzea del Filosofo da Porticello (fine V secolo a.C.) - clicca per ingrandire la fotoTesta del Filosofo è un'opera di grande valore storico, oltre che estetico. La sua probabile datazione (fine del V secolo a.C.), ha indotto gli studiosi a riconsiderare il problema dell'invenzione del ritratto autentico nell'arte greca. Il personaggio portava una tenia, attributo che si addice meglio ai poeti, e per la sua identificazione è stato avanzato il nome di Esiodo.
La Testa di Basilea, nota anche come Testa di Porticello B, rinvenuta nelle acque di Porticello assieme alla testa del Filosofo, poi trafugata e restituita all’Italia dalla Svizzera (prende appunto il nome dal Museo di Basilea, che l’ha donata al Museo di Reggio Calabria), Testa di Basilea - clicca per ingrandire la fotosi ritiene che fu amputata dal busto di una statua per mezzo di colpi violenti che hanno causato la perdita di entrambi gli occhi ed il danneggiamento del naso, dell'occhio e dell'orecchio sinistro, a causa di una lunga frattura nel metallo. La Testa di Basilea, dall'aspetto serio del volto, potrebbe essere appartenuta alla statua di un dio o a quella di un personaggio d'alto rango, certamente realizzata nei modi artistici dello stile severo, caratteristici della prima metà del V secolo a.C., quando l'arte greca si esprimeva ancora con le maniere convenzionali che appaiono in quest'opera: capelli a piccoli riccioli inanellati ornati da una benda o forse da un diadema, volto dai tratti idealizzati con i profili netti delle arcate sopraccigliari e del naso, barba modellata in forma raccolta.
Le due grandi statue bronzee, rinvenute fortuitamente il 16 agosto del 1972 nel mar Jonio, presso il litorale di Riace, costituiscono un fenomeno unico tra le opere d'arte antica, si tratta di due splendidi originali dell'arte greca, rappresentanti due guerrieri, fusi in epoche diverse, la statua 'A' (460-450 a.C.), quella 'B' (430-420 a.C.) con la tecnica “a cera persa diretta”.

Guerriero “B” (430 - 420 a.C.)

Guerriero “A” (460 - 450 a.C.)

Esiodo è un poeta greco, le sue opere risalgono al periodo tra la fine dell'VIII secolo e l'inizio del VII secolo a.C., epoca nettamente posteriore a quella di Omero. Nacque ad Ascra, in Beozia. Figlio di un commerciante originario di Cuma eolica, fu costretto a trasformarsi in agricoltore a causa della povertà. Sulle orme del padre divenne anche lui agricoltore, tanto che la sua 'Opere e giorni', da una dettagliata descrizione della vita contadina del tempo. Plutarco ci riporta della sua morte violenta, ucciso dai fratelli di una donna che sedusse o tentò di sedurre. Esiodo - si narra - vinse...continua...

I bronzi di Riace furono rinvenuti il 16 agosto 1972 grazie ad una normale immersione subacquea compiuta dal sub Stefano Mariottini nelle acque di Riace. Identificati inizialmente con le lettere A e B, raffiguravano imponenti corpi maschili nudi, uno apparentemente più giovane e l'altro più maturo, la loro identità restava però sconosciuta: le ipotesi su di essa si susseguirono sino ad arrivare a sostenere una loro provenienza greca come bottino riportato a seguito della conquista romana. Il restauro del 1994 è stata certamente una tappa importante nella storia dei Bronzi di Riace, ma, a distanza di cinque anni, nel 1999, per i bronzi di Riace c'è una nuova rilettura. Dopo anni di ipotesi e di ricerche i due statuari guerrieri di bronzo sembrano aver ritrovato la loro originaria identità. Lo storico dell'arte Paolo Moreno ha avanzato la tesi che gli autori dei bronzi fossero Agelada di Argo e Alcamene di Lemno: tale tesi è nata dallo studio comparato della decorazione del celebre tempio di Olimpia. Il bronzo denominato A sembra mostrare notevoli somiglianze con l'Atlante di una metopa del tempio di Olimpia, realizzata pare da Alcamene. Secondo lo storico il cosiddetto bronzo B sarebbe Anfiarao, indovino del re Adrasto, costretto, secondo la leggenda, a partecipare alla spedizione dei Sette a Tebe. Il bronzo A invece sarebbe Tideo altro eroe della spedizione. I due bronzi farebbero quindi parte di un gruppo statuario dedicato a celebrare la leggenda dei Sette a Tebe accompagnati dai loro discendenti ed epigoni. Secondo i versi di Eschilo, uno dei tre grandi tragediografi greci, Tideo insulta l'indovino Anfiarao, che si rifiutava di partecipare alla spedizione contro Tebe, visto che ne prevedeva l'esito negativo. Adesso i celebri bronzi non hanno solo un nome ma anche una leggenda alle spalle, che spiega la loro postura, l'espressione sui loro volti...

Tra le popolazioni del bacino Mediterraneo, gli Etruschi erano conosciuti ed apprezzati come esperti nello sfruttamento delle miniere e nella lavorazione dei metalli. Oggetti finiti di metallo di origine etrusca si trovano in grande abbondanza al di fuori dell’area geografica di stanziamento, segno questo di intensa attività di esportazione di questo tipo di manufatti. Essi rappresentavano una merce di scambio di notevole valore con cui bilanciare l’importazione di una massa di merci di tutti i generi che affluiva nei porti dell’Etruria, specialmente nel periodo di maggior ricchezza, chiamato...continua...


Nell'ingresso è conservato un Telamone in calcare, da Montescaglioso (Matera), ma di probabile origine metapontina (età ellenistica). Sulla destra, oltre le biglietterie, si accede al percorso museale, che si sviluppa lungo diverse sale suddivise in suppellettili preistoriche e protostoriche, resti di Lokroi Epizephyrioi, reliquie dell'età della Pietra, del Rame, del Bronzo e del Ferro.

Telamone è una figura della mitologia greca, era figlio di Eaco. Messo al bando per aver ucciso il fratellastro Foco, si rifugiò alla corte del re di Salamina e ne sposò la figlia, Glauce, che morì senza avergli dato figli. Sposò quindi in seconde nozze Peribea, principessa di Megara, da cui ebbe Aiace. Telamone accompagnò Eracle nella sua spedizione contro Troia, allora governata da Laomedonte. Telamone fu il primo ad entrare nella città, Eracle ne fu umiliato, tanto che stava per abbattersi su di lui per ucciderlo. Telamone si inginocchiò e si mise a raccogliere delle pietre ed Eracle, stupefatto, gli chiese cosa stesse facendo, Telamone rispose «Voglio essere il primo a erigere un altare a Eracle vincitore». La sua presenza di spirito gli salvò la vita. In terze nozze sposò Esione, figlia di Laomedonte, da cui ebbe un figlio, Teucro.



Sono conservati i reperti del Paleolitico, reperti litici e ossei da Torre Talao (Scalea), dalla Grotta del Romito di Papasidero e da Praia a Mare.


Sono conservati i reperti del Neolitico, repertorio delle industrie ceramiche, litiche e ossee da Favella della Corte (piana di Sibari) e della Grotta S. Angelo di Cassano sullo Ionio.


Sono conservati i reperti dell'età dei metalli. Daghe ed asce da Cotronei, dell'età del Bronzo, corredi della prima età del Ferro da Sant'Onofrio di Roccella Jonica, Calanna, Grotteria, Locri, Tropea, Torre Galli, Francavilla Marittima, Torano e Amendolara.


Sono conservati reperti di Locri, corredi delle necropoli protostoriche della città e del suo territorio e un plastico dell'area archeologica della colonia greca.

Le necropoli greche sono situate tutte al di fuori del circuito murario, nelle contrade Parapezza, Monaci e Lucifero, che è il sito più conosciuto. Tra il 1910 e il 1915 Paolo Orsi scavò oltre 1700 tombe, che vanno dal VII al II secolo d.C., con una prevalenza numerica tra il V e il IV secolo a.C.. Le necropoli romane, poiché relative ad un insediamento più contratto, occupano anche zone interne alle mura, evidentemente non più abitate; tra i materiali, ricordiamo il sarcofago di C. Ottaviano Crescente, dalla contrada Saletta, consenato all'Antiquarium (200 d.C.).


Sono conservati reperti di Locri, ricostruzione di tomba a grotticella con relativi corredi dalla necropoli di Canale e Janchina, di età protostorica, corredi funerari dalla necropoli di Lucifero (dal VII al IV a.C.), con vasto repertorio di manifatture locali e d'importazione.

Nelle località Canale, Janchina e Patariti sono state rinvenute alcune tombe a grotticella, relative ad insediamenti siculi del IX-VIII secolo a.C., precedenti alla colonizzazione greca.


Sono conservati reperti di Locri, materiali votivi provenienti dagli scavi di Paolo Orsi delstatuina votiva di Persefone santuario di Persefone in località Mannella, statuette bronzee, elmo bronzeo (inizio V a.C.), exvoto fittili arcaici, frammenti di ceramiche corinzie e attiche, arula e infine i famosi pinakes (tavolette fittili votive, con scene a rilievo pertinenti al mito di Kore-Persefone). Dagli scavi del Tempio di Marafioti proviene il gruppo fittile acroteriale con giovane nudo a Gruppo fittile acroteriale con giovane nudo a cavallo su sfinge (fine V secolo a.C.) - clicca per ingrandire la fotocavallo su sfinge (425-400 a.C.). Il gruppo in terracotta rinvenuto da Paolo Orsi, rappresenta una sfinge accovacciata che sostiene un cavallo impennato con un giovane cavaliere. Questi è stato identificato con uno dei Dioscuri, i gemelli figli di Zeus, che secondo il mito soccorsero i Locresi nello scontro con i Crotoniati che aveva avuto luogo sulle sponde del fiume Sagra attorno alla metà del VI secolo a.C. Il gruppo, testimonianza di una scultura di grande impegno in terracotta, fu utilizzato con probabilità a coronamento del frontone come acroterio centrale sopra la sommità della trave di colmo del tetto del tempio detto di “Casa Marafioti”. Seguono le preziose iscrizioni bronzee dell'archivio del tempio di Zeus. Al teatro appartengono infine le antefisse fittili e la testa silenica.

Al centro di Locri, su una collina dominante il teatro, in vicinanza di “Casa Marafioti” (un edificio settecentesco costruito in parte al di sopra del teatro) sorgeva un tempio dorico, largo circa 20 metri e lungo circa 40, testimoniato in una stampa del 1781, poi indagato dal Luynes nel 1830: a seguito di questo scavo, i blocchi messi in luce furono asportati. Scavato ancora da Paolo Orsi nel 1910, ne rimangono pochi frammenti dei capitelli e del fregio (540-520 a.C.). Le terrecotte architettoniche esposte al Museo di Reggio Calabria e la statua in terracotta riproducente un giovane cavaliere sostenuto da sfinge collocata come acroterio sul colmo del tetto appartengono invece alla fine del V secolo a.C. E' possibile che tale tempio facesse parte di un santuario molto esteso che interessava l'area della teca dell'archivio di Zeus Olimpio, 100 metri più a valle, e che quindi fosse consacrato a Zeus stesso, come si evince dal preziosissimo archivio di tavolette bronzee ritrovato appunto nella teca in pietra, con la registrazione della contabilità del santuario e di un'iscrizione in caratteri greci, risalente al III-II secolo a.C., nella quale appare una dedica a Zeus (Aineason (To) Soteri, “Onoriamo il Salvatore”).


Sono raccolti i resti monumentali della decorazione del santuario di Marasà, le terrecotte architettoniche del tempio arcaico (VII-VI a.C.), i resti della colonna e del capitello ionico del tempio (V secolo a.C.) e il gruppo dei Dioscuri.

Il Santuario in contrada Marasà è il tempio più monumentale di quelli locresi, sito a monte dell'Antiquarium, presso le mura. In origine constava di una semplice cella rettangolare (fine VII secolo a.C.), poi completata, alla metà del VI secolo a.C. con l'aggiunta del colonnato. Verso il 480 a.C. al posto del primitivo edificio sorse un nuovo tempio (45 x 19 metri ), con diverso orientamento, di ordine ionico, con sette colonne sui lati corti e 17 su quelli lunghi, di cui resta in loco ancora un rocchio con la base. Alla fine del V secolo a. C. appartiene la decorazione frontonale (o acroteriale) con le statue marmoree dei due Dioscuri ivi rinvenute, conservate appunto al Museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Ad est si trovano tracce dell'altare.


Sono conservati reperti di Locri, modellini fittili votivi di fontane, ninfei, grotte, statuette femminili provenienti dal santuario delle Ninfe di Grotta Caruso (immediatamente fuori dall'abitato di Locri, nei pressi del vallone Caruso-Polisà, nel 1940 Arias identificò ed esplorò una grotta, oggi purtroppo franata, scavata nel tufo, comprensiva di un bacino e sistemi di canalizzazione delle acque. Il materiale votivo, compreso tra il V e il III secolo a.C., testimonia che il santuario era dedicato alle Ninfe, ma anche a divinità pastorali e ad Afrodite).


Sono conservati reperti di Locri, scelta di terrecotte votive e scarichi di fornaci dalla località di Centocamere.

Centocamere è il quartiere di Locri dove si sono concentrate finora le indagini archeologiche che hanno messo in luce diverse abitazioni a pianta molto semplice e una serie di fornaci. Ci sono anche esempi di case con organizzazione più complessa, intorno a un ampio cortile, come la “Casa dei leoni” (III secolo a.C.), cosiddetta per il reimpiego di lastre fittili decorate con teste leonine; è la casa più grande individuata finora a Locri (400 mq), composta da un portico (arricchito da intonaci colorati, a imitazione del marmo), un andron (con il posto per sette klinai) e un bagno (con vasca in terracotta e latrina), cosa insolita per quel tempo. Prima della fine del III secolo a.C. la zona fu abbandonata e, in età romana, occupata da necropoli). Nell'area di Centocamere, all'esterno delle mura, alla fine del VII secolo a.C. fu costruito un grande edificio, noto come “Stoà ad U” per la sua pianta a triportico aperto verso mare, successivamente ampliato attorno al 550 a.C. All'interno vi era una serie di piccole stanze (oikoi), tutte uguali, disposte attorno al cortile dove furono rinvenuti ben 371 pozzi sacri, ricolmi di resti di sacrifici animali e oggetti votivi, alcuni con la dedica ad Afrodite. Tutto questo ha fatto pensare a una connessione tra il tempio e la pratica della prostituzione sacra, di cui parlano abbondantemente le fonti. Nel IV-III secolo a. C. il luogo venne occupato da una serie di impianti artigianali, dei quali restano ancora visibili le fornaci per la cottura dei vasi.


Sono conservati reperti di Locri, materiale d'età romana. (torso loricato di Claudio rilavorato attorno al 300 d.C.).


Nelle diverse sale del primo piano sono esposti materiali provenienti da Reggio, Medma (Rosarno), Metauros (Gioia Tauro), Caulonia, Krimisa (Cirò Marina) e Laos (Santa Maria del Cedro).


Sono conservati reperti di Reggio, frammenti di coppe del tipo detto ´di Thapsos´ (coppe oinochoeprodotte intorno alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., prendono il nome dal sito di Thapsos, odierna Magnisi, nei pressi di Siracusa, dove sono attestati i primi ritrovamenti di queste coppe), aryballoi protocorinzi (piccoli contenitori di oli profumati) e un'oinochoe tardo-geometrica corinzia d'imitazione testimoniano l'epoca di fondazione della polis (fine VIII secolo a.C.).

L'oinochoe è un boccale per mescere il vino. Il nome deriva da 'oinos' (vino) e 'cheo' (versare).


Dall'area del santuario di Griso-Laboccetta provengono una lastra fittile policromalastra con due figure femminili danzanti decorata con due figure femminili danzanti (fine VI secolo a.C.), diversi ex-voto fittili, la statuetta di una dea seduta, ceramica attica e calcidese. In una grande vetrina al centro c'e il grande cratere cinerario laconico (fine VI secolo a.C.), con il relativo corredo, proveniente dalla necropoli di San Gregorio. Nella stessa sala sono esposte terrecotte architettoniche arcaiche e classiche ritrovate in varie parti della città.


Qui trova collocazione una serie di reperti provenienti dal santuario di via Reggio Campi e dall'area delle mura.


In queste sale sono esposti i corredi delle necropoli di Santa Lucia e del Museo, due vasche fittili reimpiegate come sepolture e un sarcofago a forma di piede con calzare d'età ellenistica, i reperti dello scavo di Reggio Lido che ha interessato l'area urbana, dall'età romana a quella bizantina, troviamo inoltre i materiali che facevano parte della collezione civica, tra cui si segnalano i vasi d'argento da Taureana (I secolo d.C.), la tazza vitrea di Tresilico da Oppido Mamertina (300-250 a.C.), la sepoltura a cappuccina (Pellaro) ed una collezione di lucerne romane, dall'età repubblicana al tardo impero.


Sono conservati reperti di Metauros. Dal sito dell'attuale Gioia Tauro, in località Petra, provengono i corredi della necropoli arcaica (VII-VI secolo a.C.), con anfore puniche, corinzie e attiche del tipo 'sos'.

Le anfore 'sos' sono caratteristiche anfore dipinte importate da Atene, denominate così dagli archeologici per la tipica decorazione dipinta sul collo. Servivano da contenitori per l'olio di oliva, per il quale la regione dell'Attica era famosa.


Particolarmente interessante uno skyphos calcidese (vaso, coppa per bere, faceva parte, insieme all'oinochoe, del servizio da mensa) decorato con la scena dell'accecamento di Polifemo (530-510 a.C.). Materiali romani attestano l'utilizzo successivo della necropoli.


testa di donna in terracotta (da Medma)
Sono conservati reperti di Medma (Rosarno), offerte votive dalla stipe di località Calderazzo, statuette fittili di Zeus, Athena e Kore (VI-V secolo a.C.) e arule fittili con scene mitologiche.




Sono conservati reperti di Laos (Santa Maria del Cedro). Qui è esposto un eccezionale ritrovamento fatto a Marcellina, una tomba a camera con la doppia sepoltura di un guerriero lucano e di sua moglie (325-300 a.C.), il ricco corredo comprende (oltre a ceramica attica italiota e siceliota) l'elmo apulo, la corazza, gli schinieri, i cinturoni in bronzo decorati a sbalzo in argento, i resti di un diadema aureo, ed una lamina di piombo, iscritta in lingua osca (defixio).


Sono conservati reperti di Kaulonia (Monasterace Marina). Nella prima sala c'e' la ricostruzione del tempio della Passoliera (VI secolo a.C.), sono quindi esposti gli elementi architettonici del tempio dorico del Faro di punta Stilo (metà V secolo a.C.), arule fittili con scene di lotta tra animali, un'antefissa con efebo su delfino (V secolo a.C.) ed il bel mosaico policromo con mostro marino (III secolo a.C.); completano la documentazione i corredi funerari della collezione Cimino.


Testa marmorea dell'acrolito di ApolloSono conservati reperti di Krimisa (Cirò Marina). Dal santuario di Apollo Aleo (VI-III secolo a.C.) proviene la famosa testa marmorea dell'acrolito di Apollo (440 a.C.), attribuita da Paolo Orsi a Pitagora di Reggio, con le mani, i piedi e la parrucca bronzea; sempre dall'area del tempio provengono i doni votivi miniaturistici, tra cui una statuetta aurea del IV secolo a.C. e le terrecotte architettoniche.


Galleria Lapidaria. Oltre la scala, si accede al settore epigrafico che raccoglie iscrizioni in greco e latino. La sistemazione, ancora prowisoria, includerà in futuro anche le iscrizioni ora ospitate in cortile.


moneta in oro e argentoIn questa sala c'è una sezione numismatica. In 17 vetrine sono conservate monete in oro e argento collezioni numismatiche e ripostigli monetali greci, brettii e romani, a testimonianza di gran parte delle zecche di Magna Grecia e Sicilia. Notevole è il repertorio, quasi completo, degli argenti magnogreci e brettii.


Al secondo piano si trova la sezione d'arte medievale e moderna che attende ancora un'adeguata sistemazione: tra le opere, sono degne di menzione “San Girolamo penitente” e “Visita dei tre angeli ad Abramo” (1460) e “Il ritorno del figliol prodigo” (1656-1660), di Mattia Preti.

Visita dei tre angeli ad Abramo (Antonello da Messina) - clicca per ingrandire la foto

Il ritorno del figliol prodigo (Mattia Preti) - clicca per ingrandire la foto


Antonello di Giovanni d'Antonio, detto Antonello da Messina (Messina 1430 circa - 1479), nasce a Messina da Giovanni, scalpellino. Il suo primo apprendistato si svolse probabilmente tra la natia Messina e Palermo. Dal 1445 al 1455 è a Napoli, dove, secondo la testimonianza di Pietro Summonte, in una lettera a Marcantonio Michiel del 1524, nella bottega del pittore Colantonio, viene in contatto con la pittura fiamminga, spagnola e provenzale. Ad Antonello viene attribuita la “Vergine Annunciata” (Como, Musei Civici), che si rifà per stile e iconografia all'ambiente napoletano...continua...

Mattia Preti, nasce a Taverna (CZ) nel 1613 e muore nel 1699 a Malta. Pittore di molteplici esperienze di formazione, si colloca artisticamente nel periodo Barocco, momento storico-artistico molto importante perché influenzato, tra l'altro, da avvenimenti religiosi, come i conflitti Riforma e Controriforma e dalle scoperte di Galileo, che rivoluzionò il sistema cosmico classico, rimasto invariato per secoli. L'arte, in questo momento, si apre verso una concezione moderna, la pittura si libera dai condizionamenti del potere ecclesiastico e di conseguenza dal condizionamento che...continua...

Il museo possiede inoltre una ricca biblioteca con oltre diecimila volumi, un laboratorio fotografico e un gabinetto di restauro.

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