
Reggio Calabria fu fondata, secondo molti storici, nell'VIII secolo a.C. dai Calcidesi, coloni greci originari di Eubea, che lasciarono la loro città in seguito a una grave carestia. Racconta Strabone, che afferma di riportare informazioni tratte da Antioco, che, dopo aver consultato l'oracolo di Delfi, alla fondazione comparteciparono anche i Messeni, giunti dal Peloponneso, dove, con i Lacedemoni, si contendevano con aspre battaglie il tempio di Diana. In tal modo avrebbero ubbidito all'ordine impartito da Apollo, al quale si erano rivolti dopo essersi ritirati a Macisto, dove erano giunti dopo essere stati esiliati dalla loro patria per avere oltraggiato alcune vergini spartane a Limne.
Strabone, storico e geografo greco nato intorno al 64 a. C. ad Amasea Póntica da una illustre famiglia. Mentre è andata perduta, tranne alcuni frammenti, la sua opera storica “i Commentari storici”, in 47 libri, possediamo quasi interamente “la Geografia”, in 17 libri. I primi due libri fanno da introduzione metodologica, il III tratta della Spagna, il IV parla della Gallia e della Britannia. Il V e il VI sono dedicati all'Italia; Il VII, non completo, da una descrizione dell'Europa settentrionale, l'Illiria, l'Epiro, la Tessaglia, la Macedonia. Dall'VIII al X libro viene descritta la Grecia con le isole dello Ionio e dell'Egeo, il libro XI è dedicato all'Asia dal Danubio sino al Caucaso, alla Media e all'Armenia; dal XII fino XIV è trattata l'Asia Minore; nel XV vengono descritte la Mesopotamia, la Palestina, le coste etiopiche e l'Arabia, il XVII è dedicato all'Egitto, l'Etiopia, la Libia e la Mauretania. Non si hanno notizie sull'anno preciso della sua morte , ma si ritiene che sia avvenuta dopo il 21 d. C.
L'Oracolo di Delfi è un santuario dedicato al dio Apollo, proprio della mitologia greca. Fu Zeus a scegliere la sua localizzazione a Delfi: egli fece volare due aquile attorno alla terra in direzioni opposte, il punto in cui si incontrarono fu Delfi, “il centro del mondo”. Vicino alla fenditura della roccia dalla quale usciva la voce dell'oracolo, si trovava una pietra incava a forma di ombelico (omphalos). In epoca classica l'oracolo viveva in una caverna (Adyton) sotterranea situata sotto il tempio di Apollo. Prima della decisione di Apollo di fondarvi il suo santuario, sul luogo ne esisteva già un altro consacrato alla Madre Terra (Gea) e custodito da un serpente, secondo altri da un drago. Nella seconda versione, fu proprio il drago, Pitone...continua...
Messeni: è il nome con cui nell'antichità si designavano sia gli abitanti della Messenia, regione del Peloponneso, sia quelli di Messene, nome preso dalla città di Zancle al tempo di Anassilao.
Il Dio avrebbe loro consigliato di partire con i Calcidesi per Rhegion, scampando così anche alla rovina che di lì a poco si sarebbe abbattuta sulle loro terre ad opera degli Spartani. Inizialmente si stabilirono presso il sepolcro di Giocasto, uno dei figli di Eolo, poi, avendo un oracolo ordinato loro di fondare una città nel punto in cui avessero individuato una femmina abbracciare un maschio, dopo un viaggio faticoso, superato il promontorio di Capo Calamizzi, avendo intravisto una vite aderente ad un fico selvatico, ebbero la certezza che quella doveva essere la terra designata dagli dei. Si fermarono alla foce del fiume Apsias (oggi Calopinace) nella località detta Pallantion (730 a.C.), odierno parco a mare e fondarono, dopo Cuma, la più antica poλις (polis) greca in Calabria dandole il nome di Pηγιoν (Reghion). Alcune fonti che trattano la fondazione di Rhegion riportano non soltanto il testo dell'oracolo delfico, ma fanno dunque provenire dalla stessa Delfi i coloni; essi sarebbero stati preliminarmente consacrati al santuario per poi essere inviati alla volta della colonia. Tale elemento, peraltro concorde con una testimonianza di Timeo (ap. Strabone VI 1, 9) che registra l'origine 'delfica' di Rhegion, deve essere valutato con una certa diffidenza in quanto farebbe collocare i racconti della ktísis [fondazione] nel campo delle invenzioni mitiche. Sul significato del nome della città già discutevano gli antichi.
Timeo, storico greco di Tauromènio (Taormina), vissuto probabilmente fra il 356 ed il 260 a. C. Timeo scrisse un'opera in 38 libri, il cui titolo era forse Sikelikài historìai (Storie siciliane), delle quali sono a noi pervenuti poco più che 150 frammenti. Le Storie siciliane narrano le vicende siciliane dalla colonizzazione greca fino ad Agatocle, morto nel 289 a. C. A tarda età scrisse pure un'opera sulle imprese di Pirro che forse arrivava fino alla prima guerra punica (264 a. C.). Timeo fu, dopo Antioco di Siracusa, il primo a scrivere una storia completa della grecità occidentale.
Secondo alcuni sarebbe derivato dal verbo greco rjhvgnumi (spezzare, squarciare), con riferimento a qualche fenomeno sismico che avrebbe determinato il distacco della Sicilia dal continente (Strabone VI 1, 6, che riporta anche l'opinione di Eschilo). Per altri, invece, tale nome andrebbe messo in relazione col termine regnum (Strabone VI 1, 6) oppure con un eroe indigeno pre-ellenico (Pseudo Eraclide Pontico, fr. 25 in F.H.G. II, p. 219). C'è poi una versione mitologica, secondo la quale le origini del nome risalirebbero al termine rhegnynai (liberarsi), riferito alla fuga di un vitello dalla prigionia del mitico eroe Eracle, il quale si era impadronito della mandria dei buoi del mostro Gerione, dopo averlo ucciso. Durante il viaggio di ritorno ad Argo, si fermò, per riposare, nei luoghi dove sarebbero sorte Locri e Reggio, ma perse il controllo di un vitello che, scappato dalla mandria, pervenne nel luogo che per questo episodio fu chiamato Reggio, per giungere, poi, attraversando a nuoto lo Stretto, in Sicilia. Un contributo importante è stato dato dallo studioso contemporaneo reggino Franco Mosino. Partendo dalla scissione geologica della Sicilia dal Continente e dalla radice protoitalica “reg” che significa capo, re, egli ritiene che il termine indichi un capo, un promontorio, versione condivisa da numerosi storici locali e studiosi di fama internazionale.
Eraclide Pontico, filosofo greco dell'Antica Accademia, vissuto tra il 390 e il 310 circa a.C., nacque ad Eraclea del Ponto, dove fondò verso il 339 a.C. una scuola filosofica. Scrisse opere di filosofia nonché di storia filosofica e letteraria. La sua importanza è dovuta alle sue originali teorie astronomiche. Grande astronomo e Filosofo greco dell'Antica Accademia, discepolo di Platone e di Speusippo, scrisse opere di morale, di fisica, di grammatica, di storia e di retorica. Eraclide...continua...
La sua storia è segnata da periodi floridi, come da guerre e catastrofi naturali (quali maremoti e terremoti). Reghion, inizialmente, fu retta da un governo aristocratico dei mille, modificato da una costituzione democratica del leggendario legislatore di Catania, Caronda, sotto la quale la città visse in maniera ordinata per circa due secoli. Questo moto democratico condusse all'alleanza con Locri contro Crotone, che fu sconfitta nel VI secolo a.C. La stirpe Calcidese perdette sempre più importanza a Reghion a favore dei Messeni, ma si affermò nella dirimpettaia Zancle. Di origine messenica era il tiranno Anassila (494-476 a.C.), che mise fine al governo oligarchico della città, turbata in quegli anni dalle vicende legate alla conquista persiana della Ionia, alla caduta di Sibari e alle lotte di Cuma contro gli Etruschi. Successivamente fu alleato dei Cartaginesi (che aveva chiamato in aiuto per contrastare le ambizioni dei tiranni siculi) nella guerra terminata ad Imera con la vittoria dei Greci (480 a.C.). Anassila morì nel 476 a.C. Il suo successore Micito tentò di espandersi verso nord contro Taranto, ma nel 471 a.C. subì una dura sconfitta dagli Iapigi. I figli di Anassila persero Messana e caddero nel 461 a.C. Reghium fu democratica e filoateniese, tanto da stipulare un trattato con l'Atene di Pericle nel 433 a.C. e servendo nel 427 a.C. come base navale ateniese nel corso delle operazioni militari in Sicilia. Tuttavia, nel 415 a.C., l'esercito ateniese, che doveva recarsi a Siracusa, ebbe solo il permesso di accamparsi fuori le mura cittadine, presso il famoso santuario di Artemide Phakelitis.

Non ebbe molti rapporti con le città italiote se non quando nel 393 a.C. il tiranno siracusano Dionisio I, dopo aver preso tutte le città siciliane sullo stretto, minacciò i suoi territori al fine di aprirsi un varco verso l'Italia. La crisi si risolse con una tregua che impose delle tasse ai reggini. D'altra parte Rhegion disponeva di mura difensive possenti. Frequenti, invece, erano i contatti con le città calcidiche dello stretto sulla costa siciliana. Numerose furono le guerre che ebbe con Locri, il cui territorio confinava con quello reggino e ne comprimeva lo sviluppo. Nel 387 a.C. Dionigi I, dopo aver preso Caulonia ed Hipponion, data in regalo all'alleata Locri, attaccò di nuovo la cittò calabrese. Dopo 11 mesi di assedio, la città venne presa e vennero deportati a Siracusa i superstiti. Il generale reggino Fitone, che aveva comandato la resistenza, venne ucciso. La città fu ricostruita da Dionisio II di Siracusa col nome di Phebìa, ma riuscì a liberarsi dal suo dominio nel 351 a.C.; cadde successivamente prima nel domino romano e poi nelle mani di Pirro. Il risultato di questi governi fu la romanizzazione della città e la fuga sulle montagne dell'Aspromonte dei pochi greci rimasti in città. Ancora oggi esistono comunità ove si parla il greco antico: Chorio, Gallicianò, Condofuri. Nel 282 a.C. chiese l'aiuto dei Romani contro i Bruzi. Accolse un presidio romano formato da quattromila campani, i quali, durante le guerre contro Pirro, se ne impadronirono costituendo uno Stato indipendente. Nel 270 a.C. fu alleata di Roma, di cui divenne socia navalis e nell'89 a.C. municipium. In età imperiale Reggio conobbe un florido periodo di sviluppo: Ottaviano vi stanziò dei veterani chiamandola Regium Julium, per distinguerla da Rhegium Lepidi sulla via Emilia. Sotto l'impero romano conservò la lingua e i caratteri greci e fu salvata dalla generale decadenza che colpì la regione grazie alla sua posizione favorevole. Nel 410 d.C. fu saccheggiata e distrutta da Alarico.

Caduto l'Impero Romano d'Occidente, Reggio fu centro di sanguinose battaglie e fu saccheggiata più volte. Nel 549 fu conquistata da Totila, quindi si affermò il dominio bizantino, che nel VI secolo portò un nuovo benessere economico e sotto l'imperatore d'oriente Basilio I, la sua sede vescovile fu elevata a metropoli dei possessi bizantini dell'Italia meridionale. Fu conquistata dagli arabi all'inizio del 900 che ne massacrarono gli abitanti e uccisero il vescovo. Nel 909 fu ripresa dai Bizantini, che ne fecero il centro amministrativo dell'Italia meridionale, sede del Duca di Calabria e centro della Chiesa di rito greco dell'Italia meridionale. Reggio divenne di nuovo florida e popolosissima. Fu dominata dagli emiri palermitani dal 1001 al 1027 e nel 1060 Roberto il Guiscardo la tolse ai Bizantini nominandosi Duca di Calabria e riportando la sede vescovile nell'orbita del Pontefice di Roma. Dopo il dominio Normanno, la città seguì le alterne vicende di Angioini e Aragonesi, rimanendo sempre capoluogo regionale. Nel 1282 partecipò alle rivolte antiangioine dei Vespri siciliani e appoggiò gli Aragonesi nella successiva guerra del Vespro. In seguito alla pace di Caltabellotta (1302), fu assegnata agli Angioini di Napoli ed ebbe, nonostante la rivolta del 1319, ampie prerogative e libertà comunali. Nel 1404, Nicola Ruffo, conte di Catanzaro, la conquistò per conto di Luigi d'Angiò. Nel 1411 fu presa da Ladislao di Durazzo.
Ladislao di Durazzo (1374-1414), detto il Magnanimo, figlio di Carlo di Durazzo. Difese il Regno sconfiggendo Luigi II il 30 luglio 1399 e respingendo un altro tentativo di invasione nel 1410.
Nel 1443, dopo che andò al potere Alfonso il Magnanimo di Napoli, le sue vicende si identificarono con quelle del Regno stesso, la città perse il titolo di capoluogo regionale, che le fu restituito successivamente, nel 1465, da Ferdinando I. Nel Quattrocento la città attraversò una fase di consistente sviluppo, grazie soprattutto all’avvio su vasta scala della produzione serica, tuttavia, l’instabilità del regno aragonese, messo a soqquadro dalla congiura dei baroni (1485) e successivamente dall’effimera invasione del re francese Carlo VIII (1495), impedì che questa crescita fosse davvero durevole. Dal XVI secolo, sotto la dominazione spagnola, cominciò un lungo periodo di decadenza dovuto al pesante fiscalismo e alle frequenti incursioni musulmane. In seguito all’avanzata degli Ottomani nel Mediterraneo, si intensificarono le incursioni dei pirati turchi, avversate, con risultati alterni, dall’imperatore Carlo V e dal figlio Filippo II, re di Spagna. La città fu privata, per ragioni di sicurezza, del capoluogo della Calabria Ultra, trasferito dapprima a Seminara e successivamente a Catanzaro. L’amministrazione spagnola favorì l’introduzione in tutta la provincia della coltivazione del bergamotto, destinata a divenire, insieme all'allevamento del baco da seta, la principale attività produttiva nei secoli successivi. Il XVIII secolo era stato segnato per la Calabria e per la città di Reggio da una terribile successione di sciagure e calamità naturali, la pestilenza del 1743, la carestia del biennio 1763-1764 e soprattutto il tremendo terremoto del 1783. Il secolo si era aperto con quella che sembrava essere una nuova fase per il Sud e la Calabria. Infatti, dopo un breve periodo di dominazione austriaca (1707-1734), della quale nessuno si accorse in maniera significativa. gli Spagnoli tornarono nel Sud Italia e sul trono di Napoli si insediò Carlo, figlio di Filippo ed Elisabetta di Borbone. Pare che questo sovrano fosse alquanto innovatore ed illuminato. Per quel che riguarda la Calabria. le riforme di Carlo si fecero sentire e la Regione ebbe un periodo di crescita ordinata grazie all’istituzione del Catasto Generale (che introdusse un sistema fiscale di tipo moderno) ed a quella del Supremo Tribunale del Commercio. Il potenziamento della flotta mercantile permise uno sviluppo considerevole dei traffici di alcuni porti meridionali, tra cui quello di Reggio. Erano anni di grande fermento ed a Napoli le idee riformatrici ed illuministe trovavano un terreno oltremodo fertile. Le sciagure che si susseguirono e che culminarono nel terremoto del 1783, inflissero un duro colpo a quanto di positivo era stato fatto dal punto di vista sociale, politico ed economico. L'intervento dello Stato borbonico, in occasione del sisma, fu tempestivo ed efficiente, almeno per quanto riguardava i soccorsi. Reggio riportò grandi devastazioni ma un numero di morti, tutto sommato, limitato ad un centinaio di vittime. Rimase a lungo vittima del degrado, tant’è che nel 1811 i segni del terremoto erano ancora evidentissimi agli occhi di Pietro Colletta, intendente del nuovo regime francese nella Calabria meridionale. La città si riprese lentamente da quest’ultima sciagura e fu ricostruita secondo il progetto proposto dall’ingegnere Giambattista Mori. In seguito alla conquista del potere da parte di Napoleone Bonaparte in Francia, la Rivoluzione francese divenne fenomeno europeo. Ferdinando IV di Borbone, che nel 1759 era succeduto a Carlo, fu costretto a rifugiarsi in Sicilia a causa dell'avanzata dell'esercito francese, guidato da Championnet. A Napoli, il 22 gennaio 1799 venne proclamata la repubblica e tra i 22 firmatari dell’atto di decadenza della monarchia vi era anche un reggino, Giuseppe Logoteta. La reazione che Ferdinando IV (rifugiatosi con la corte a Palermo) affidò al Cardinale calabrese Fabrizio Ruffo fu accanita e forte anche degli aiuti massicci portati dalla flotta inglese al comando di Orazio Nelson: Napoli venne riconquistata dalle Truppe sanfediste. Gli storici ricordano, nella piazza Mercato, una feroce esecuzione dei giacobini catturati, tra cui i reggini Agamennone Spanò e Giuseppe Logoteta.

Il 14 febbraio 1806 le truppe francesi occuparono nuovamente Napoli e insediarono sul trono Giuseppe, fratello di Napoleone. La Calabria si oppose in modo irriducibile a questa nuova dominazione e altrettanto spietata fu la repressione da parte dei Francesi anche dopo la nomina a vicerè di Gioacchino Murat. II Congresso di Vienna (1815) riportò i Borboni nel Sud Italia e Ferdinando IV si insediò col titolo di Ferdinando I delle Due Sicilie, mentre Murat veniva giustiziato nel castello di Pizzo. Nel 1808 la città fu occupata dal generale francese Reyner e concessa in ducato da Napoleone al generale Oudinot. Subì un bombardamento dalla flotta inglese nel 1810. Uno dei primi atti della nuova o, per meglio dire, restaurata amministrazione, lungamente atteso e fonte di significativi sviluppi per la città fu l’elevazione di Reggio al rango di capoluogo della nuova provincia di Calabria Ultra Prima (1816). Le Calabrie fino ad allora erano due: quella Citeriore (Citra) con capoluogo Cosenza e quella Ulteriore (Ultra) con capoluogo Catanzaro. La nuova suddivisione avveniva nell’ambito della Calabria Ultra e dava origine alle due province (Prima e Seconda) con capoluoghi Catanzaro e Reggio. Si trattava di una vertenza annosa in quanto l’autonomia reggina era un’esigenza sentita già prima del terremoto del 1783. Anche in epoca murattiana tale esigenza sembrava improcrastinabile ai funzionari francesi, stante il fatto che Reggio era di gran lunga la più popolosa città calabrese e, inoltre, le carenti vie di comunicazione rendevano assolutamente indispensabile la divisione amministrativa onde evitare ritardi e lungaggini burocratiche. Le vicende che avevano visto Reggio territorio di frontiera nella guerra tra francesi e anglo-napoletani avevano fatto mettere da parte il progetto, ma Ferdinando lo aveva poi prontamente ripreso. II ruolo svolto dall’istituzione del capoluogo contribuì, unitamente alla ritrovata stabilità politica e alla necessità di ricostruire finalmente la città, ad un notevole sviluppo tanto del tessuto urbano, quanto dei commerci e degli affari anche amministrativi e giudiziari. Un notevole flusso migratorio veniva attratto in città e in esso facevano spicco funzionari, tecnici e varie tipologie di commercianti e imprenditori. Se a ciò aggiungiamo l’incremento demografico che, spesso accompagna i periodi di “quiete” dopo eventi tumultuosi e drammatici, si può ben comprendere come la città di Reggio passò dai poco più di 14.000 abitanti del 1815, agli oltre 3l.000 del 1848. Nello stesso periodo, il movimento produttivo e commerciale subiva, in tutta l’area dello Stretto, analogo incremento. Nel 1847, nel comprensorio di Reggio, vi erano 102 filande con oltre 4.000 addetti e dal 1843 al 1863 le filande reggine, tutte di tipo tradizionale, passarono da 16 a 44. Dominante era il ruolo dell’agricoltura che trasferiva i propri effetti anche nell’economia tessile in quanto i reggini venivano considerati veri maestri nell’allevamento dei bachi da seta che richiedeva grandi coltivazioni di gelso. L’economia della filanda era, purtroppo, l’unica forma proto-industriale e se, da una parte, assicurava prosperità. contribuiva. d’altro canto, a fossilizzare l’economia della città che non assurgerà mai al rango industriale propriamente detto. Nel 1841, un altro terremoto costrinse a proclamare la demolizione (mai avvenuta) dei terzi piani degli edifici appena costruiti: in realtà le norme approvate dopo il 1873 vietavano costruzioni alte più di due piani ma esse vennero tragicamente disattese. Lo sviluppo demografico, comunque, rendeva sempre più evidente il problema abitativo e nuovi spazi, precedentemente adibiti a baraccamenti, situati nell’area circostante il Castello e più a sud verso il Crocifisso e la zona di S. Anna, vennero densamente popolati. Si assistette al sorgere di veri e propri rioni minimi ante litteram denominati Fornaci, Paniano, Orangi, Palombaro, Gasolari, “labirinti di viuzze strettissime e luridissime, che il sole non rallegrò mai e in cui l’aria a stento circolava”. In questo contesto è interessante rilevare come le idee “risorgimentali” riuscissero ad attecchire anche nel territorio reggino: nel 1838 venne pubblicato a Reggio il primo periodico letterario calabrese La Fata Morgana, e nel 1847 la città, unitamente a Messina, dava luogo ad un originale movimento liberale che (2 settembre 1847) sfociò in un tentativo insurrezionale. I moti che nel 1848 scoppiarono in tutta Europa ebbero dei riflessi importanti anche nel Meridione d’Italia. Naturalmente, anche Reggio prese parte ai moti risorgimentali sollevandosi contro i Borboni, ma essi furono profondamente condizionati dal fallimento dell’anno precedente e dall’uccisione di Domenico Romeo, capo dell’insurrezione, avvenuta nella tarda estate del 1848 nel corso di uno scontro con le guardie urbane. Romeo venne decapitato e le sua testa fu esposta, per due giorni, infissa su una lancia nell’atrio del carcere reggino. La rivolta venne ancora una volta repressa ed a Reggio l’ordine venne ristabilito dalla Guardia Urbana, tuttavia, il potere borbonico, aveva ormai fatto il proprio tempo, infatti, nonostante il completamento del Teatro Comunale e la promozione di una Biblioteca Civica che si aggiungevano al Museo Archeologico, istituito peraltro nel 1819, la massiccia presenza di guardie borboniche e le vessazioni subite da reggini in odore di essere attivisti e sobillatori politici, rendevano sempre più inviso il re e il potere stesso di Napoli. Il regime borbonico, ormai indebolito anche a livello internazionale, era prossimo a ricevere il colpo di grazia che sarebbe stato inferto nel 1860 dall’impresa di Garibaldi. Le truppe garibaldine sbarcarono il 19 agosto 1860 nei pressi di Melito. A San Lorenzo jonico, Garibaldi, simbolicamente, dichiarò deposta la dinastia borbonica, dopodiché mosse (20 agosto 1860) in direzione di Reggio. La marcia verso la città dello Stretto era auspicata e incoraggiata dagli attivisti liberali senza, almeno in questa fase, apprezzabili segnali di rivolta popolare antiborbonica. La piazzaforte di Reggio era, nonostante una certa inettitudine da parte dei comandanti borbonici, abbastanza munita e il nucleo difensivo portante era costituito dall’asse Castello-Piazza Duomo. Il 21 agosto 1860 ebbe luogo la battaglia di piazza Duomo, decisiva per le sorti della città e, in fondo, per quelle della spedizione garibaldina. Anche se col tempo le dimensioni e la portata di questo scontro vennero forse ingigantite, la battaglia dovette essere abbastanza cruenta. Il 28 dicembre 1908 fu devastata dal terremoto e dal maremoto che coinvolse anche Messina, con circa 12000 morti. Fu ricostruita prontamente e la città divenne molto popolosa grazie all'immigrazione dalla provincia. Nel periodo fascista fu creata la “Grande Reggio” con la fusione di comuni limitrofi: Catona, Gallico, Orti', Podargoni, Mosorrofa, Gallina e Pellaro. Inizialmente ne fecero parte anche Cannitello, Villa San Giovanni, Campo Calabro e Fiumara, in seguito staccatisi. Nello stesso periodo la citta' venne rimodernata con la costruzione di nuovi quartieri. Nel maggio del 1943 fu bombardata dagli angloamericani. Fu capoluogo regionale della Calabria fino al 1970. Fra il luglio del 1970 ed il febbraio del 1971, i cittadini di Reggio lottarono duramente - a fianco dell'allora sindaco Pietro Battaglia e di Ciccio Franco - per il mantenimento di Reggio a capoluogo della Regione Calabria e contro il trasferimento della sede regionale a Catanzaro, resistendo lungamente alle forze dell'ordine. La situazione fu risolta con un compromesso: Catanzaro divenne capoluogo regionale e sede della giunta, mentre a Reggio fu fissata la sede del Consiglio Regionale. Ne seguì un periodo di grande difficoltà economica e politica, con molte promesse governative di sviluppo non mantenute. Nel 1982 Venne aperta l'Università Statale degli Studi, oggi Universit degli Studi “Mediterranea” e nel 2001, nel culmine della primavera di Reggio, con sindaco Italo Falcomatà, fu completato il monumentale Lungomare.
Reggio è anche luogo di mito e di misteriose suggestioni. Giovanni Pascoli vi udì il canto delle Nereidi e Ulisse le malie delle sirene. Da qui, in rare condizioni atmosferiche, è possibile assistere al fenomeno della Fata Morgana, quando la dirimpettaia Messina, appare sospesa nel cielo. Tra i suoi concittadini Rhegion annovera il legislatore Caronda, famoso al pari di Zaleuco di Locri, l'artista Pitagora, lo scultore Klearchos, le cui statue sono state ricordate anche da Plinio, l'artista Syllax, decoratore nel Peloponneso, lo storico Ippi, il poeta dell'amore Ibico, e forse il poeta Stesicoro, nativo di Hymera, il cui vero nome era Tisia.
Nereidi: Sono le cinquanta figlie di Nereo, dio marino con il dono della profezia e capace di assumere qualsiasi forma, e di Doride. Sono considerate le ninfe protettrici del mar Mediterraneo, marine, a differenza delle naiadi, ninfe delle acque dolci, e delle oceanine, ninfe degli oceani e figlie del dio Oceano. Dalle profondità del mare, dove vivevano, salivano in superficie per aiutare i marinai. Erano immortali e facevano parte del corteo di Poseidone (o Nettuno per i romani), dio greco del mare, a cavallo dei delfini e accanto ai tritoni. Ninfe famose furono Teti, o Tetide, madre di Achille, Galatea, di cui era innamorato Polifemo, Anfitrite, sposa di Poseidone, Calipso, la ninfa amante di Ulisse.
Sirena: E' una figura della mitologia greca e romana presente anche nell'araldica. Era la figura femminile che ammaliava i marinai con il suo dolce canto, attirandoli alla morte facendoli naufragare sugli scogli o nei gorghi. Nelle pitture vengono raffigurate con il volto di donna e il resto del corpo di uccello, alate, solitamente in gruppi di due o tre, raramente di quattro. I poeti alessandrini le indicano come figlie del dio fluviale Acheloo e di Mnemosine (o Tersicore o Calliope). La loro sede abituale doveva essere o lo stretto di Messina o il golfo di Napoli. Il loro carattere originario era di genio della morte; questo carattere funebre si attenuò nel tempo, fino a scomparire dopo la caduta di Roma.Più tarda la raffigurazione delle sirene come metà donne (superiormente) e meta pesci.
Zaleuco: Nativo di Locri Epizefiri, fu, senza dubbi di sorta, il primo legislatore del mondo occidentale. Nato, secondo quanto riferisce Eusebio, tra il 663 e il 662 a.C., fu l'autore del primo codice di leggi scritte occidentali. L'importanza di questo codice (ammirato in tutto il mondo greco) è di importanza assai rilevante, in quanto, le leggi, per la prima volta nella storia, vengono sottratte all'uso arbitrario da parte dei giudici. La pena, quindi, doveva essere uguale per tutti e nota a tutti. Purtroppo, il Corpus è andato smarrito e noi conosciamo solo alcune di tali leggi in quanto, esse, sono state tramandate attraverso la loro citazione, in opere antiche di autori quali Polibio e Cicerone. Il Corpus conteneva alcune leggi moderne, tra cui quella che sanciva il divieto di possedere schiavi. La natura conservatrice di queste leggi, ha inoltre, permesso loro, di sopravvivere per molti secoli.
Pitagora: discepolo di Clearco, è annoverato tra i cinque maggiori scultori ellenici del dopo Fidia. Realizzò molte opere in tante polis da Atene a Siracusa. Fu il primo a tenere in considerazione le proporzioni delle statue e ad avere molta cura di particolari come capelli, arterie e vene. Le caratteristiche della sua arte descritte dai più rinomati studiosi greci e latini gli hanno fatto attribuire molti capolavori, e supportano la tesi di molti studiosi contemporanei come il più probabile autore dei Bronzi di Riace. Tra le altre opere ricordiamo: le statue dell'atleta Astilo e del corridore Imnesco, di Eutimo, Lentisco e Cratillo Mantineo, il bronzo raffigurante il toro che trasportava Europa, figlia di Agenore, la testa di Perseo, conservata al museo di Londra e, quasi certamente, la statua dell'auriga di Delfi, commissionata da Anassilao.
Caronda: Vissuto nel quinto secolo a.C., fu il più antico e famoso legislatore. Diede savie e profonde leggi, non solo alla Sicilia, ma alla Magna Grecia. Fondò la prima accademia, detta degli Onisipii, ove si raccoglievano cittadini insigni per intelletto e costumi. Fu il primo che consacrò nelle leggi l’obbligo dello Stato di provvedere gratuitamente all’educazione della gioventù. Istituì a Catania il primo ginnasio per lo studio della letteratura greca. Le sue leggi sono state esaltate anche dal moderni, quali Tommaseo, Gioberti e altri. Secondo la leggenda, Caronda si uccise per avere violato una legge da lui stesso data, la quale sanciva, pena la morte, che nessun cittadino potesse partecipare armato alle pubbliche assemblee.
Ippi: E' lo storico greco, di Reggio, che per primo analizzò e riportò i dati storici dell'occidente ellenico. La sua collocazione nel tempo la si può ricavare da quanto riporta la Suida (enciclopedia dell'età bizantina), che lo inquadra in piena attività di storiografo durante le guerre persiane (V secolo a.C.). Oltre ai due lavori dedicati alla Sicilia e al trattato “Colonizzazione dell'Italia” da intendersi Italia greca, cioè la Calabria oltre la Sicilia, gli vengono attribuiti anche dei racconti in prosa. Dei 5 libri che formavano la Storia della Sicilia sono rimasti solo una decina di frammenti.
Ibico: Poeta greco di Reggio del VI secolo a.C., di famiglia aristocratica, ha vissuto alla corte di Policrate (o del padre di lui, Eace) a Samo, finché questi venne ucciso dai persiani nel 522. Il poeta viaggiò così per la Magna Grecia in cerca d'altre corti. Dai frammenti trovati possiamo ritenerlo anche un esperto artigiano di strumenti musicali. Secondo la leggenda, la sua morte, seppure avvenuta in tarda età, avvenne per mano di ladroni, che vennero scoperti grazie l'intervento di uno stormo di gru. Forse tale leggenda nasce per l'analogia tra il nome del poeta ed il nome di una specie di gru. Le sue composizioni poetiche celebrative - ne restano 100 frammenti di poesie, tra i quali un lungo encomio al figlio di Policrate - secondo gli antichi compilatori erano riunite in sette libri; si trattava di carmi lirici di contenuto eroico (encomii) e poesie d'amore sopratutto in lode della bellezza degli efebi. Cicerone lo lodò considerandolo poeta d'amore più ardente degli altri poeti della Sicilia e della Magna Grecia.
Stesicoro: Poeta lirico del VII-VI secolo a.C., il cui vero nome, secondo la Suda, era Tisia (il soprannome Stesicoro sarebbe stato dato al poeta per la sua professione di ordinatore di cori). Visse quasi tutta la sua lunga vita a Hymera, forse la sua città natale ed è una delle più importanti figure della lirica greca; gli ultimi anni di vita li trascorse, pare, a Catania. A Imera si espresse contro un tiranno di Agrigento - forse si trattava di Falaride - che aveva preso di mira la città per nuove conquiste. Della sua vastissima produzione di 26 libri, nella raccolta alessandrina sono rimasti scarsi frammenti, insufficienti a definire la posizione del poeta nei confronti della tradizione lirica, per capire in che misura i suoi successori la affrontarono dopo la sua lezione. Fonte incerta in questo caso, la Suida, fornisce come data di nascita del poeta quella della 37esima Olimpiade, e cioè 632/629 a.C. e come data della morte quella della 56esima Olimpiade (556/553 a.C.).
La ricostruzione della topografia di Reggio greca, con i pochissimi dati a disposizione, è quasi impossibile, anche perchè la città moderna, più volte ricostruita dopo i terremoti, coincide con la città antica e i suoi sobborghi. Estesa tra VI e V secolo a.C. per circa 70 ettari, dell'impianto urbano coloniale si conoscono tratti delle mura di cinta, conservati in via Marina e sui rilievi collinari (collina degli Angeli e collina del Trabocchetto), scarsi resti di edifici pubblici monumentali e sacri (area Griso-Laboccetta e Prefettura), i resti dell'odeon/ecclesiasterion, l'abitato, numerose cisterne (legate al problema dell'approvvigionamento idrico delle zone collinari della città), le principali necropoli e, per il periodo romano, vari impianti termali, tra cui quelle della Via Marina, e l'area del foro (attuale Piazza Italia). Di particolare rilevanza, per le conoscenze topografiche della città greco-romana, era l'area di Reggio Lido, con stratificazioni edilizie che dal periodo greco arcaico giungevano all'eta' imperiale romana e oltre, fino al periodo bizantino, non conservati per i lavori della stazione di Reggio Lido e il raddoppio ferroviario.

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