
La collocazione geografica e la prima rudimentale struttura urbana di Cittanova delle quali, secondo frettolosi monografisti, si ha notizia documentata, si fanno risalire al 1618. Le origini dei cittanovesi, invece, sono molto più antiche e si rifanno alle genti, in genere contadini e pastori, ma anche commercianti e posteggiatori, esistenti sia nel “Fondaco”, piccolo agglomerato disteso sul territorio che tutt'oggi conserva una via cittadina indicata con quel toponimo, sia lungo la fascia che si distende tra contrada Catena e contrada Cerchieto, passando per la Torre. Tutto l'insieme era conosciuto col toponimo di Casal Novo, già intorno alla metà del secolo XV. Che dal 1616-18 - a distanza, quindi, di oltre un secolo e mezzo - questo Casale si sia ingrandito con le genti provenienti da numerosi casali del feudo di Terranova, e in particolare da quello di Curtuladi, col cui toponimo aggiunto il sito inizia a scrivere una storia di comodo, è tutt'altro fatto. Al termine di questi brevi cenni storici, il lettore si renderà conto di quanto sia convincente, quando non esaustivo, seguire un itinerario storico diverso da quello raccontato fino ad oggi da quanti si sono dedicati all'impresa. Il nuovo profilo che andiamo a tracciare ci appare sufficientemente confortato da tutta una serie di documenti storici e di elementi probanti, sin'ora ignorati o non adeguatamente approfonditi. “Nel 1574 - scrive lo storico Giuseppe Galasso - per l'ingente somma di 280.000 ducati, Terranova, Gioia e Gerace passavano a Battista Grimaldi”. Siamo nel periodo storico detto dell'estate di San Martino per l'economia italiana e i genovesi svolgevano proficuamente il ruolo di banchieri internazionali, contendendo il primato a quelli di Anversa e Amsterdam. L'acquisto fu perfezionato da uno dei figli di Battista Grimaldi intervenuto a un'asta promossa dal Sacro Regio Consiglio del Regno di Napoli contro la pupilla di Tommaso de Marinis il quale, morendo, aveva lasciato la povera fanciulla in un mare di debiti senza fine. L'ultima offerta fu di 275.500 ducati e per questo prezzo i Grimaldi poterono aggiudicarsi tutti i territori messi all'asta, ivi compreso il minuscolo Casale di Curtuladi. Gli acquirenti vollero dimostrare la loro devozione al Sacro Regio Consiglio, e per esso al Re di Napoli, arrotondando generosamente l'offerta fino alla cifra tonda di 280.000 “vilissimi” ducati. Questo ceppo dei Grimaldi (se ne contavano sicuramente fino a otto), assieme ai Doria, ai Fieschi, agli Spinola, ai De Mori ecc., si rifaceva a quella folta schiera di banchieri e di commercianti di cui abbondava Genova sin dai tempi della Repubblica Marinara e che partirono all'assalto del Sud, certi di moltiplicare le loro fortune. Molte famiglie con questi cognomi li troveremo, dal XV secolo in poi, tra la rappresentanza della nobiltà calabrese. Gente con i forzieri già colmi, ma non per questo appagata, ed in cerca di un titolo nobiliare che desse lustro alla famiglia e li introducesse alla Corte del Regno di Napoli, a quei tempi seconda solo a quella di Parigi. In questo senso va sicuramente interpretato il motivo del munifico arrotondamento, ben 4.500 ducati, sull'ultima battuta d'asta. Quale migliore dimostrazione di compenetrazione (la fame di soldi dei Borboni supera qualsiasi immaginazione) e di gratitudine per ingraziarsi le Loro Maestà ed attendere serenamente un titolo ed uno stemma nobiliare? Ci pare questa la prima risposta saggia alla domanda che ha assillato generazioni di storici su cosa rappresentasse, per una grande famiglia di Genova, un feudo in Calabria, una terra lontana e non facilmente raggiungibile, così diversa dalla loro, capace di ricchi commerci e adusa al quieto vivere. Di certo, l'ambizione di possedere un titolo nobiliare e, poi, la certezza che col tempo si sarebbero rifatti, con gratificanti interessi, del costo finanziario sostenuto. Lo sfruttamento dei terreni e, ancor di più, il commercio della sera e dell'olio, li garantiva ampiamente. In verità abbiamo motivo di ritenere che Battista Grimaldi sia stato sollecitato all'acquisto del feudo di Terranova dai consanguinei di un altro ramo dei Grimaldi, presenti in zona sin dal 1323 quali signori del suffeudo di Messimeri e successivamente, nell'anno 1530, di quello di Cuppari nei pressi di Seminara. A differenza del ramo Grimaldi dedito ai traffici, al commercio e alle finanze, questi si occupavano esclusivamente di agricoltura e di produzione agricola; avevano lunga dimestichezza con i luoghi amministrati e col tempo, avevano messo su casa e prese a mogli donne del posto o dei Casali vicini. (un Antonio Grimaldi sposerà Anna Maria Zerbi, un altro, Domenico, nipote di Antonio, sposerà Caterina Sanchez di Seminara). Soprattutto, traevano buoni profitti dalla produzione della seta e dell'olio. Non va poi dimenticato che alla fine del Cinquecento, la produzione di tessuti era la prima tra le attività tradizionali del Regno di Napoli e che aveva raggiunto “livelli qualitativi” in grado di competere con quelli di Parigi. Da Napoli e da Salerno, partivano per tutto il Regno continue richieste di sete grezze, di cotone e di lino necessarie ad alimentare quelle industrie. Il vasto territorio del Ducato di Terranova, nessun Casale escluso, era ricco di queste materie prime. Non c'è Protocollo Notarile che non annoti nella consistenza di un podere in vendita o in dotazione, il numero delle piante di gelso di cui il fondo è dotato, segno di una diffusa propensione alla sericoltura. Vedremo inoltre quanto risulteranno determinanti per la produzione del lino e della canapa le acque di cui abbondava il territorio e, per quanto ci riguarda, quelle del Vacale e del Razzà - Serra, particolarmente quelle del Vacale che delimitava a nord-est il Ducato di Terranova da San Giorgio e Polistena dei Baroni Milano. Quindi, fu anche uno spiccato senso degli affari che indusse i Grimaldi a partecipare all'asta e ad aggiudicarsi il territorio. In mancanza di specifiche capacità e cognizioni agricole e agricolo- industriali, essi potevano contare sulla consulenza e sull'aiuto dei cugini Grimaldi di Seminara e sulla solida capacità finanziaria di cui disponevano. I buoni rapporti con la borghesia napoletana e l'acquisita simpatia dei Monarchi, avrebbero fatto il resto. Il titolo di Principe di Gerace e Duca di Terranova arriva a Girolamo Grimaldi solo nel 1609, a 35 anni dall'acquisto del feudo e dopo un ulteriore esborso di 16.000. Più tardi, nel 1654, i Grimaldi otterranno anche il titolo di Marchesi di Gioja. Il primo dei Grimaldi a portarsi nel Principato e a soggiornarvi per oltre due anni, dopo che la famiglia aveva ottenuto il titolo principesco, è Giovan Francesco Grimaldi, marito di Maria Lelia Grimaldi. Dopo di lui, il Principe Gerolamo, a cui si deve l'intuizione di popolare la parte collinare posta a nord-est del Ducato, dove esisteva già qualche fuoco sparso. Il luogo prescelto, in quanto appendice del Dossone della Melia, poteva diventare, come in effetti divenne, il punto di transito e di riferimento dei commerci e delle comunicazioni tra Gerace e il resto del territorio ad ovest-nord-ovest, sulla direttrice più breve per Gioja e Monteleone (Vibo Valentia), e per convogliare verso lo Jonio i manufatti da scambiare con oli e sete. Da qui l'interesse a realizzare in modo organico il piccolo Casale. Il Principe Geronimo fu favorito in questo progetto dal diffondersi di virulente epidemie di peste e dal rincorrersi di spaventosi sismi che avevano distrutto molti Casali del Ducato. Squassato da un ennesimo terremoto, il Nuovo Casale con molta probabilità sarebbe stato condannato a scomparire se il Principe di Gerace, perseguendo caparbiamente nel suo progetto, non avesse emanato e divulgato in tutto il territorio un bando col quale annunciava, previo l'assenso del Re di Napoli, che tutti coloro che fossero andati ad abitare nel fantomatico Nuovo Casale di Curtuladi, Novis Ruris Curtuladi, avrebbero goduto della sua Altissima protezione e di molti altri benefici. A quanti avessero aderito al bando, non solo era concessa un'amnistia per eventuali reati commessi in passato, ma avrebbe anche fatto dono di una casetta di legno con annessa striscia d'orto. Il tutto apparentemente a titolo gratuito, fatto salvo l'obbligo per il beneficato di coltivare, gratis et amore Dei, una determinata estensione di bosco della vasta proprietà del Principe. E' accertato che non tutti i vassalli accogliessero con entusiasmo il bando del loro Duca. Alla nuova sistemazione, molti preferirono i loro vecchi Casali, in particolare quello di Curtuladi, del quale si troverà traccia degli atti pubblici, fino al 1639. In ogni caso, molta gente “accorse d'ogni intorno”. E' il caso di ricordare al lettore che siamo a cavallo delle spaventose crisi monetarie che colpirono il Regno di Napoli negli anni che vanno dal 1616 al 1620. Una crisi che, ripetendosi ciclicamente, aveva portato alla svalutazione del carlino di oltre un terzo del suo valore e svilita la remunerazione di tutti i prodotti della terra, e della terra stessa. La necessità di industriarsi in ogni modo per garantirsi la sopravvivenza, avrà indubbiamente giocato il suo ruolo, anche perchè i feudatari erano risaliti, arroganti più che mai, dalle posizioni di privilegio che erano stati costretti ad abbandonare al tempo dell'avvenuta politica di Alfonso d'Aragona. Per prevenire i danni di altri possibili terremoti, il paese venne costruito con case bassissime. Le modeste abitazioni erano ombreggiate da una pergola e, prospiciente l'uscio, fu dimorato un albero in modo da creare, con l'elementare sistema di un albero dopo l'altro, un viale ombreggiato. Un Casale grazioso, ordinato e sicuro, insomma. I Casalesi e i nuovi arrivati ebbero la loro nuova dimora ed il Principe, servendosi di loro, iniziò a disboscare le sue terre e ad impiantarvi nuove colture di viti ed ulivi. All'insediamento fu dato per brevissimo tempo e solo in pochi atti formali, il nome di Nuovo Casale di Curtuladi. Il villaggio, espandendosi, fu chiamato col toponimo che gli competeva: Casalnuovo o Casalinuovo. Grazie alle case bassissime ed alle strade ampie che si rivelarono un eccellente accorgimento antisismico, il terremoto del 27 marzo 1638, giorno in cui cadeva la festività delle palme di quell'anno, non provocò né danni eccessivi, né molte vittime. Nel censimento del 1669, a 53 anni dal nuovo impianto urbano, Nuovo Casale è annoverato tra i feudi degni di maggiore considerazione anche da parte dei Sovrani. Sono censiti 128 fuochi (nuclei familiari), dediti all'agricoltura e alla pastorizia; gente forte, amante del buon vino e delle belle donne. Verosimilmente la presenza di questi fuochi presuppone l'esistenza di una rappresentanza del Casale in seno al Consiglio di Terranova, sede del Ducato e della sua Amministrazione, nonché l'obbligo di fornire due o tre uomini per un periodo di servizio militare nella Guardia Regia. Il Casale si sviluppò rapidamente grazie anche all'apporto delle genti del feudo di Gerace e Locri che per i loro commerci presero a praticarlo con periodicità sempre più frequente. Si costruirono edifici pubblici e privati di “belle e grandiose forme”, piazze, chiese. Neanche il terremoto del 1783, nel quale trovarono la morte oltre 2000 Casalesi e la stessa Principessa di Gerace, Maria Teresa Grimaldi che vi soggiornava provvisoriamente, scoraggiò quella gente. I danni materiali furono ingentissimi e vennero calcolati dai rilevatori in 900.000 ducati. Ci fu allora chi avanzò la proposta di riedificare il Casale in altro sito, ma di fronte alla fiera opposizione di molti Casalesi la proposta venne rigettata e, poco a poco, Casalnuovo venne ricostruito più grande e più bello. Il dominio dei Grimaldi durò fino al 1806, quando l'eversione della feudalità li spodestò Casalnuovo contava allora 6.000 anime circa, essendo stato censito nel 1803 per 5.573 abitanti. Arrivati a questo punto, sarà bene capire perché mai la storia di Casalnuovo debba considerarsi a partire dal 12 agosto 1618, ossia dalla data di edificazione susseguente al famoso bando, ovvero non devesi doverosamente guardare molto più indietro, oltre ancora il 1574, data in cui i Grimaldi acquistano il feudo di Terranova nel cui ambito esisteva già Casal Novo. E inoltre, fatto ancora più importante: è storicamente esatto parlare ancora di Nuovo Casale di Curtuladi? Non è questa una callida e furbesca mistificazione storica e di comodo dalla quale è doveroso e necessario liberarci definitivamente? Dal bando di Girolamo Grimaldi del 1618 nasce la presunta origine di Nuovo Casale di Curtuladi, si sostiene ancora oggi. Intanto quest’assunto, come vedremo in seguito, non trova conferma nemmeno partendo dal bando e dalle carte private dei Grimaldi, affidate agli archivi di Stato di Napoli nel 1946 dagli eredi Acton-Serra. Documenti che non possiamo e non vogliamo mettere in discussione visto che, ai fini della verità storica, non potremo che trarne beneficio. Tuttavia, non possiamo ignorare l’esistenza di altri documenti validi e certi quanto quelli citati. Essi ci richiamano a una più accurata e disincantata considerazione. Un bando c’è, esiste. Non può essere oggetto di polemica dal momento che costituisce prova documentale di assoluta certezza. Il toponimo di Casalnuovo piuttosto che di Casale Nuovo potrebbe andare anch’esso; ma Nuovo Casale di Curtuladi che c’entra in tutta questa faccenda? Da dove scappa fuori? Chi e perché lo sostiene e, soprattutto, perché ancor oggi si continua a insistere ossessivamente con questo toponimo aggregato, al quale Casalnuovo risulterebbe subordinato? Il primissimo dubbio sorse in noi allorché rileggemmo con diligenza maggiore di quanto non avessimo fatto in precedenti occasioni, la dettagliata didascalia che accompagna il documento geografico di Padre Domenicano Antonio Minasi, datato 1779 e riferito a “La Piana nella Calabria Ultra veduta da sopra Casalnuovo”. Al punto tre di quella pregevole stampa geografica, diffusa da una miriade di successive pubblicazioni, è indicato Casalnuovo, e l’autore annota in calce: “Casalnuovo che dal 1616, è in oggi più accresciuto d’altri vassalli de’ paesi convicini.” Questa chiara, inequivocabile didascalia, che non poteva suonare diversamente, ci offre quattro elementi di riflessione, assolutamente incontrovertibili: 1°) La fondatezza del bando del Grimaldi del 1618, se mai occorresse. Che altro potrebbe significare la subordinata temporale: “che dal 1616,” se non la riaffermazione dell’editto “che agevola la crescita... in più” rispetto ai “paesi convicini”?, di un luogo già esistente nel 1616, ossia precedentemente al bando. 2°) I1 fatto che Casalnuovo si fosse accresciuto di molto. Quindi che il bando ottenne l’esito sperato dal suo postulante. 3°) Che accresciuto, se non andiamo errati, è participio, con valore aggettivale o attributivo relativo, del verbo transitivo accrescere (aumentare-aggiungere) e indica, anche nel valore verbale antico, la pre-esistenza di ciò che poi accresce, o si accresce. Nel nostro caso trattasi dell’accrescimento di un nucleo noto con quel toponimo specifico ancora prima del bando del Grimaldi. 4°) Che il suo toponimo, invece, è Casalnuovo e non Nuovo Casale di Curtuladi, atteso che la scrupolosa precisione riconosciuta al Minasi, non gli avrebbe consentito una così imperdonabile distrazione. Vero è che al Grimaldi si concede di ricostruire il nuovo casale di Curtuladi, ma, di fatto, si hanno buoni motivi per credere che egli si sia dato molto da fare per la ricostruzione del preesistente Casal Novo. Questa tesi, niente affatto nuova e per nulla ardita, è confermata dal Repertorio di Quinternioni di Calabria citra et ultra. Al f.144 di quei Repertori, infatti, sono elencati i Casali assegnati, con la Contea di Terranova, al nobile Marino Correale nel 1458. Da ciò si rileva che a quella data esisteva già un Casal Novo, così come esisteva un casale denominato Curtuladi, che era ovviamente cosa diversa dal primo. Trattavasi, infatti, di due gruppi di fuochi distinti e territorialmente separati, anche se entrambi cadenti nella stessa area feudale, anche se molto vicini l’uno all’altro. I Casali facenti parte della Contea di Terranova e assegnati a Marino Correale da Alfonso d’Aragona, sono così elencati nell’atto di trasferimento: Molochi Superioris, Moloche Infriorjs, Scalamorosio, Galatoni, Brahata, latrinoli, Curtuladi, Bodinia, Crisitò, Reziconi, San Leoni, S. Martino Inferiore e Superiore, Pitura, Carbonara et, Casal Novo. Come si nota, abbiamo un “Curtuladi” e un “Casal Novo”. E corre l’anno 1458. Altro che 1618. Relativamente allo loro dislocazione, notiamo che l’elencazione segue un ordine, approssimativo quanto si vuole, ma ampiamente indicativo. Partendo da Terranova, si menzionano a mano a mano tutti i Casali, non a visa della loro importanza e del complesso dei cosiddetti fuochi, ma in ordine alla loro dislocazione geografica in senso antiorario rispetto a Terranova, considerata, oltre che la sede del Ducato, il punto geografico più a sud ovest dello stesso. Il diligente estensore parte da quel centro e da quel punto cardinale, passando per ovest e arriva al punto più a nord est del territorio. Casal Novo è l’ultimo ed è, infatti, assieme a Carbonara, il più distante dalla sede del Ducato. Curtuladi, al contrario, è lì, appena dopo Scrofario e latrinoli, ossia in una zona che oggi definiremmo in territorio di Taurianova, nel sud-ovest della Contea. Né può indurci a qualche ripensamento il fatto che nel 1660, quindi a quasi cinquant’anni dal bando dei Grimaldi e molti anni prima che l’illustrazione del Minasi vedesse la luce illuminandoci sulla materia, il più celebre e attendibile storico dei tempi, padre Giovanni Fiore da Cropani, descrivendoci la composizione del Ducato di Terranova alla voce CVII de la Calabria Abitata Libro I° (Parte seconda cap. III), facendo anch’esso riferimento alla maggior parte “de’ Villaggi quali vivono sotto la giurisdizione di quella Città”, elenca: “Rizziconi, San Leo, San Martino, da cui prende nome tutta la gran pianura all’intorno, Cristò; Vatone; Radicina; Bracade; Cirtolade; Galatone; Scroforio e Molochio...”, senza tuttavia menzionare Casal Novo. Casal Novo o Casalnuovo, non risulta in quell’elenco, è vero. Ma è anche molto, molto importante che sia così. Nella stessa descrizione, infatti, non si allude neppure a un presunto Nuovo Casale di Curtuladi che, tra il bando dei Grimaldi e la pubblicazione dell’opera del Fiore, doveva ben esservi, ingrandito e popolato, essendo trascorso oltre mezzo secolo dalla data del bando. Menzionato è, invece, l’immancabile Cirtolade, sempre in stretta relazione a Galatoni, Scroforio o Scalomoroso, Bracade, o Brahata, e Molochio. Da sottolineare che la relazione termina precisando che: “Oggi vi è Signore la Famiglia Grimaldi, Genovese, de’ Principi di Gerace”. Così dimostrando la perfetta conoscenza della storia. Da dove salta fuori, dunque, questo Nuovo Casale di Curtuladi che, letteralmente, indica il primo: Nuovo Casale, come toponimo subordinato al secondo, ovvero a Curtuladi. Come oggi diciamo: Bagni di Lucca o, per restare strettamente al tema e vicini a casa nostra, San Martino di Taurianova, o San Ferdinando di Rosarno fino a quando il primo non diventerà Comune autonomo. Laddove Taurianova è il centro dal quale dipende San Martino, quanto Rosarno lo era di San Ferdinando. E chi per primo porta avanti questo Casale di Curtuladi come origine prima di Casalnuovo, poi di Cittanuova e, infine, di Cittanova? Non fu certo nelle intenzioni dei Regi Accademici delle Scienze di Napoli. Anzi, questi, sebbene il loro riferimento sia posteriore al terremoto del 1783, danno una mano alla nostra tesi. Ecco quanto quegli uomini di scienza scrivono nella relazione stesa per quell’Accademia: “Casalnuovo di recente età, nata nel principio del secolo XVII, e ingrandita con gli avanzi di Curtuladi, che si stense in altri tempi...” Dove ognuno di noi, a parte ogni valutazione sull’accezione del sostantivo avanzi, riferito non certo ai ruderi, alle pietre, ai mattoni, alle travi, ma agli uomini, ai superstiti fatti a immagine e somiglianza dei regi relatori e del loro Re, ma assimilati a oggetti inanimati e, per giunta, di scarto, colpisce, ancora una volta, l’aggettivo ingrandita, ossia aumentata rispetto all’origine che, come nel caso delle stampe di Padre Minasi, presuppone una esistenza anteriore e un’inglobazione degli avanzi di Curtuladi nei residenti di Casalnuovo. E' chiaro che, con quegli avanzi, Casalnuovo, si è solo ingrandita. Ancor di meno ci convince la tesi sostenuta ne “Le memorie di Uriele Mariana Polione“ a cura di Vincenzo Francesco Luzzi per l’edizione Laruffa, dove si sostiene l’esistenza di due Casalnuovo, ben distinti l’uno dall’altro. Secondo il curatore della pubblicazione, entrambi i Casali sono ubicati nel territorio del Ducato di Terranova. Per confermare quest’assunto egli ci rimanda alla nota 132 della pag. 107, dove è menzionato il secondo dei due Casalnuovo, e annota: “Questo Casalnuovo è distinto dal Casalnuovo descritto sopra, che dal 1859 si chiama Cittanova (v.nota 119), perché questo si asserisce esistente e descritto nella Platea D’Avalos, che è del 1570, e il secondo si dice fondato soltanto intorno al 1618”. La nota 119 richiamata da quell’autore sostiene che: “Casalnuovo si è chiamato Cittanova nel 1859. Secondo una tradizione locale, l’attuale Cittanova sarebbe sorta dall’antica Cortoladi”. Se le cose stanno così, sgombriamo subito il campo dalla trappola di questa nota. Cosa ci dice in sostanza questa nota? Semplicemente che secondo una tradizione locale la nostra Cittanova sarebbe sorta dall’antica Curtuladi. Nessuna prova documentale riscontra questa tesi che resta solo una congettura. Perché “congettura”? Ma perché lo esplicita chiaramente il verbo essere coniugato al presente condizionale: sarebbe. Con l’aggiunta di un altro elemento; secondo una tradizione locale. Ora, cosa indica un verbo coniugato al presente condizionale? A noi hanno insegnato, e crediamo lo abbiano fatto in maniera egregia a dispetto di ogni nostra insufficienza, che il condizionale, in una frase principale o secondaria che sia collegata a una subordinata ipotetica, esprime la conseguenza prodotta dalla realizzazione di una certa ipotesi, reale o supposta. Nel malaugurato caso che i nostri insegnanti di allora abbiano sbagliato sulla nostra capacità ricettiva, ovvero che noi, malgrado ogni loro sforzo, ci fossimo contrapposti alla loro diligenza con deprecabile ostinazione, riportiamo qui, anzitutto a nostro conforto, quanto recita, facendo leva su una suggestiva metafora, il Prof. Luca Serianni dell’Università di Roma, nella sua Grammatica Italiana: “Il condizionale è il modo della penombra e delle luci smorzate, laddove l’indicativo, negli stessi contesti, diffonderebbe una piena luce solare.” Meravigliosa effervescenza della parola! Vincenzo Francesco Luzzi, con la nota 119, non ci dà, dunque, una certezza, sia pure minima, ma ci pone davanti a un’ipotesi desunta, con eccessiva disinvoltura, dalla proposta di un autore che l’ha preceduto, e che rimanda il lettore alla successiva nota 132 dello stesso libro. Quest’ulteriore annotazione afferma a sua volta che i due presunti Casalnuovo esistenti, debbono distinguersi l’uno dall’altro perché il secondo, ossia quello che a noi interessa, dal momento che in seguito diventerà Cittanova, “si dice fondato soltanto intorno al 1618”. La sottolineatura pecca ancora di vaghezza e alimenta dubbi e perplessità. Solo che in quest’ultimo caso, il si dice ci pone di fronte all’obbligo di appurare quali e quante fonti siano all’origine di un’affermazione di tanta valenza storica. Almeno per quanto ci riguarda. Cerchiamo allora di appurare chi “lo disse” e quando lo “disse”, sillabando la nota 132. Prima, però, visto che nella nota menzionata il tutto è ricondotto alla “tradizione locale”, soffermiamoci un attimo a comprendere bene cosa si intende letteralmente per tradizione. La tradizione è il complesso delle memorie, notizie e testimonianze tra mandate da una generazione all’altra. O anche: l’insieme degli usi e dei costumi che si sostituiscono alle regole, mano mano che il tempo passa. Questo è quanto ci sussurra il buon Devoto-Oli. Nulla di più. Ma per noi è sufficiente, e ne avanza anche. Se avessimo accettato per valido il disinvolto assunto di quanti ci hanno preceduto, così come hanno fatto quanti si sono occupati della stessa questione, altro non avremmo fatto che perpetuare, rafforzandola ulteriormente, una “tradizione”, non già in fatto certo, non già un dato storico. L’aggettivo “locale” che segue è, naturalmente, riferito all’ambiente, al posto, al luogo in cui la tradizione trova origine e si perpetua. Un aggettivo chiaramente limitativo. Il tutto ci fa capire che la tradizione è nata e si è sviluppata in casa nostra, insomma. Da dove viene fuori, allora, o meglio, chi per primo ha la felice intuizione di indicare Casalnuovo, in epoca contemporanea, col nome di Nuovo Casale di Curtuladi? E quando accade? Pare proprio che tutto sia partito dalla penna di Vincenzo de Cristo, cittanovese benemerito, con l’hobby dello storico, piuttosto che dell’archeologo e del metereologo. Conclusione, la nostra, che potrebbe apparire stupefacente e, per un certo verso, fin’anche irriverente. Ma i fatti sono fatti, e noi non possiamo scansarli per amore di quiete o di campanile. Non possiamo proprio. Infatti, continuando a scorrere la nota 132, scopriamo che il Luzzi è portato a distinguere i due Casalnuovo richiamandosi alla pubblicazione del De Cristo: “Prime memorie storiche di Cittanova dalle origini al 1789”, dando così per scontato quello che quell’autore registra, ossia che Casalnuovo è stato fondato nel 1618 a seguito del bando del Grimaldi. In definitiva il Luzzi, arguisce dalla pubblicazione del De Cristo che il Casalnuovo di cui la Uriele Polione parla a proposito della Platea (registro del beni ecclesiali) del Cardinale d’Avalos d’Aragona, fosse altro Casalnuovo e non l’unico Casalnuovo della Contea di Terranova. Il tutto senza preoccuparsi di registrare che fine abbia fatto il Casalnuovo della Platea D’Avalos, e ignorando completamente che non esiste nessuna storia che narri di un altro Casalnuovo, vicino o lontano da quello che noi trattiamo, e nessun paese o città che dir si voglia, proveniente da un antico Casale con quel toponimo. In nessun momento storico e nemmeno per approssimazione. Tanto meno per tradizione e, per di più, di tradizione locale. Il concittadino Vincenzo De Cristo, buonanima, non ha mai lesinato di omaggiare le memorie patrie, specie quando queste erano strettamente legate a personaggi di prestigio: signorotti ed eroi risorgimentali, per intenderci, o presunti tali per alimentata tradizione locale. Privi di quest’alone di predestinate qualità superiori pare che gli uomini comuni, com’erano sicuramente gli abitanti della Casalnuovo, prima e dopo l’avvento di Marino Correale nell’anno domini 1458, non si prestassero all’estro della sua penna. Né lo esaltano i successori del Correale: i Cordoba o i De Marinis. I Grimaldi, invece..., il bando, le epidemie, Curtuladi e le ceneri dei suoi morti, la voglia d’una patria nuova, il bando, la Principessa Maria Teresa sotto le macerie del terremoto, invece.., quasi un melodramma verdiano che rapisce la sua fantasia in maniera totale. Per cui, anche se tormentato da perplessità, non esita a ribadire in ogni occasione la propria tesi. Come accade quando ci racconta di una sua passeggiata lungo la strada per Radicena in compagnia del padre. Con suggestiva partecipazione ci informa dell’esistenza di Curtuladi in prossimità di Radicena come di uno spettrale quanto fantasioso cimitero di ossa e resti umani, sparsi a cielo aperto. Descrizione alquanto suggestiva anche per il lettore, ma altrettanto inverosimile se solo si pensa che quei resti mortali dovevano appartenere alle vittime della pestilenza che tre secoli e mezzo prima (1556) aveva desolato tutto il territorio, e a quelle causate dai successivi terremoti, tra i quali quello apocalittico del 1783. Eventi luttuosi che avevano indifferentemente colpito tutti i Casali del Ducato di Terranova, per cui di ossa e di resti umani, al limite, ogni macabro collezionista ne avrebbe potuto recuperare un po’ dovunque. Ma quanto tempo era passato per rendere ancora credibili certi ritrovamenti? Scrive il De Cristo: “un giorno del febbraio 1881, ed era, ben lo ricordo, il dì delle Ceneri, andai ad accompagnare mio padre che recavasi a Radicena, chiamato per un affare del suo ministero.. lo pregai mi facesse conoscere il luogo ove anticamente sorgeva Curtuladi…su questo suolo sparso di aride ossa (...) prima di levare il piede da quella sacra terra di Curtuladi, volsi un ultimo sguardo alle ossa ivi sparse.... e mi pareva che ancora parlassero.” Il futuro cantore degli eroi di Vigliena non ci fa capire se l’angoscia che come l’attanaglia sia dovuta alla suggestione del presunto legame tra quel vecchio casale e la sua Cittanova, come chi cerca le radici antiche dei propri padri, ovvero soltanto alla curiosità prettamente cronachistica di conoscere, (se mai fosse stato possibile) i luoghi che erano stati di quegli avanzi con i quali, dopo il famoso bando, presuntivamente si era arricchito il proprio borgo natale. Conoscendo la sua propensione connaturale verso un certo tipo di retorica patriottarda, riteniamo che sulla sua indole abbia agito più la seconda che la prima sollecitazione emozionale. Riferendosi a Curtuladi non la definisce, forse, “sacra terra”, che è espressione propria di chi parla della terra madre, e come tale la tratta anche quando non si occupa di storia? Ancor prima del De Cristo, il Taccone-Gallucci in: “Monografia della Città e Diocesi di Mileto”, riportando quanto assunto da altra fonte non specificata, conferma che: “Nel secolo XVII per l’aria malsana Cortuladi si distrusse....” E ancora Mons. Maria de Lorenzo della Diocesi di Mileto: “Sappiamo che Curtuladi era Casale di San Martino..., si trovò disabitato nel 1556 da Mons. del Tufo....Tale abbandono fu causato dalla peste del 1576.” Dove è evidente anche una sconcertante incongruenza, non sappiamo se dovuta all’autore, ovvero a chi lo ha riportato. Perché non è possibile trovare un Casale disabitato nel 1556 a causa di un evento epidemico che avverrà nel 1576, ossia vent’anni dopo la visita. Attenzione quando scriviamo ! Attenzione ! Le parole non sono sempre pietre che edificano, come la cultura andante ama predicare. La parola è tante altre cose, a nostro avviso. In ogni caso è sempre la rivelazione dell’intelligenza e dell’impegno intellettuale di chi la pronuncia. A maggior ragione di chi la fissa sulla carta, affidandola ad altre intelligenze, ad altre onestà, ad altri impegni. Tutto questo per amore di polemica? Anche, se serve a costruire qualcosa! In effetti Mons. Del Tufo scrive di Curtuladi nel 1587 a proposito della “Par.le Chiesa di San Nicola”, confermando che quella chiesa dedicata a “San Nicola...non ha oggi cura di anime per essere il casale senza abitazioni”. Nessuno di questi autori aggiunge o sottrae qualcosa alla storia. Nessuno d’essi, riferendosi a Curtuladi vi aggiunge, per esempio, “da questo Casale nacque, in seguito al bando del Grimaldi, Casalnuovo”. Eppure sono tutti autori vissuti in epoca successiva al 1918. Col Taccone Gallucci, come con gli altri autori siamo già nel secolo XIX. Riesaminiamo il bando del Grimaldi del 12 agosto 1616. Cosa si proclama in quel bando: “Dovendosi per il Regio Assenso concederci riedificare il nuovo Casale di Curtuladi...” Ebbene? Se si è chiesto e ottenuto che quel Casale, disabitato ecc. sia ricostruito, lo si ricostruisca, santa pazienza! Lo si ricostruisca e, correttamente, lo si chiami Nuovo Casale di Curtuladi. Nuovo, in virtù dell’avvenuta ricostruzione, e Casal di Curtuladi, perché trattasi, appunto, di quel Casale. Noto con quel toponimo specifico e orograficamente piazzato nei pressi dell’allora Iatrinoli. Questo ci di dice il bando, non altro. E mai possibile, tra l’altro, che, tanto il De Cristo che quanti gli hanno successivamente tenuto bordone, non si siano accorti di un piccolissimo quanto importantissimo dettaglio che avrebbe dovuto stimolarli ad una riflessione meno superficiale e affrettata? Possibile che non si siano accorti che, in un’epoca un cui le lettere maiuscole si sprecavano senza ritegno alcuno, nell’editto del 1618 “nuovo” è scritto con la enne minuscola e che, conseguentemente, non poteva essere parte del nome proprio col quale sarebbe stato riconosciuto il Casale oggetto della riedificazione, ma che si trattava di semplice aggettivo messo lì a significare che una data cosa andava fatta nuovamente? Ebbene, l’aggettivo nuovo è collegato a Casale di Curtuladi, ed era quel Casale che si chiedeva di ricostruire. Possibile mai che solo per noi quell’aggettivo sia stato un ulteriore campanello di allarme che ci ha spinti a rivedere tutta la storia di Cittanova. Per onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che il Prof. Giovanni Garreffa, in un articolo pubblicato su un periodico locale del marzo-aprile 1991, fornitoci in questi giorni da un amico premuroso, forse per primo e, comunque, con responsabile accuratezza ha provato, rifacendosi alla donazione Correale, che la storia di Cittanova deve tornare “indietro tutta di duecento anni” rispetto al bando del 1618. In ogni caso, se il bando parla di “riedificazione”, perché mai i nostri cultori di storia patria parlano di “edificazione” che sono due sostantivi di significato completamente diverso e d’importanza assoluta quanto si trattano certi argomenti? Intanto è certo che il vecchio Casal Novo del quale apprendiamo la realtà nell’elencazione dei Casali facenti parte della Contea di Terranova concessa a Marino Correale da Alfonso d’Aragona nel 1489 (che, poi, avvalla la famosa didascalia del Minasi) non poteva essere cancellato. Per noi, è sempre lì, dov’era. Magari distrutto anch’esso e a causa delle medesime calamità che avevano colpito Curtuladi. E a questa inferenza aggiungiamo un elemento di valenza reale: nei Quinternioni conservati presso l’archivio di Stato di Napoli successivamente al bando del 12 agosto 1618, non compare alcuna trascrizione o nota che faccia riferimento al fantomatico Nuovo Casale di Curtuladi. E non poteva succedere diversamente. Infatti, dalla lettura delle carte dell’Archivio privato dei Grimaldi - Serra, rileviamo: “Nel 1617 dal Principe Girolamo Grimaldi si chiede ed ottenne l’assenso del Reg. Collaterale Consiglio, e suo vice-re per la riedificazione di due Casali, denominati Curtuladi, e S.Leo, che di unita a 4 altri si trovavano distrutti e disabitati. Le cure del suddetto illustre Principe rimasero infruttuose, giacché invece della ripopolazione produssero l’AMPLIAMENTO DEL CASALE DI CASALNUOVO, CHE SI TROVAVA ESISTENTE ED IN LUOGO FELICISSIMO”. Singolare è anche il fatto che nemmeno del Casale di San Leo si faccia più menzione. Lo stesso accade per Carbonara, Vatoni, Galatoni, da considerarsi tra i “4 altri” Casali anonimi del documento riportato e che, oggi, sono solo delle contrade olivetate del territorio di Cittanova le prime due, e di Taurianova l’altro. Lo storiografo Giancarlo Cataldo, nel ridisegnare per l’ennesima volta il territorio della Piana di Gioia Tauro, ci informa che “Casalnuovo”, e non Nuovo Casal di Curtuladi, “fu fondato nel 1618”, data del bando forviante, “Ma in precedenza...”, che in buon italiano vuol dire prima che... prima di..., nell’ambito della bonifica del latifondo dei Grimaldi di Terranova, “nello stesso luogo, era sorto un fondaco...forse a servizio del percorso del Mercante.” E, con molta perspicacia e acume aggiunge: “Il toponimo fondaco, oltre a ricordare l’antico insediamento precedente la data ufficiale della fondazione di Cittanova sta a dimostrare eloquentemente la specializzazione commerciale come area di mercato, che il centro era andato gradualmente assumendo.” Più chiari di così non si poteva essere.Ripetiamo: “...oltre a ricordare l’antico insediamento precedente la data ufficiale della fondazione.” Il problema sta nel fatto che il Cataldi ci racconta il tutto in un contesto ampio, evitando di scendere in dettagli per il semplice fatto che non ricorrevano, in quel caso, motivi specifici per dilungarsi in analisi storiche particolari. Avrebbero dovuto farlo semmai, quanti, successivamente, hanno affrontato il problema limitatamente alla sola storia di Cittanova: noi compresi. Solo che, in quell’occasione, quel nostro impegno fu caratterizzato dall’urgenza della richiesta. La centralità orografica di Casalnuovo rispetto ai tracciati collegati al passo del Mercante e diretti verso Gioia a sud-ovest, e verso Monteleone a nord-ovest, anche a chi di vicende storiche e storico-politiche non si occupa per professione o per passione, è evidentissima e indiscutibile. Che in virtù di questa posizione nasca nei residenti di quel casale una vocazione commerciale diventa una scelta ovvia, e che si tratti di un vero e proprio Casale con la C maiuscola, e quindi di gran lunga più importante di quanto non potessero essere Curtuladi o San Leo o Vatoni e quanti altri, è un fatto consequenziale. Il Fondaco era il centro commerciale di questo Casale e insieme la strada parallela (oggi via Roma) che segnava il limite dell’intero insediamento di quella che un giorno sarà Casalnuovo e, col tempo, Cittanova. Un Casale che, piano piano, s’ingrandirà da sé, prima ancora che per virtù del bando del Geronimo Grimaldi, prosperando col commercio e con gli indotti di questo, commisurati a quel contesto storico e ai maneggi commerciali dell’epoca. A questo punto è chiaro, chiarissimo e inopinabile che Geronimo Grimaldi trova conveniente ignorare Curtuladi condannandolo alla cancellazione definitiva dalla faccia della terra, per procedere all’accrescimento di Casal Novo, privilegiato, rispetto al primo, dalla sua dislocazione geografica. Egli lo chiama, però, Nuovo Casale di Curtuladi solo perché costretto dai vincoli del Regio Assenso che prevedono letteralmente la ricostruzione di quel casale. Egli inganna, o froda addirittura, il suo Re? Non è assolutamente nostra intenzione dare adito a teoremi così complessi, a insinuazioni tanto gravi. Diciamo solo che l’uomo, per modificare passioni, tendenze e comportamenti, ha bisogno che i secoli passino a decine coinvolgendolo in mille vicende. Un secolo o due si riducono alla conta di uno spazio temporale alquanto limitato per una rivoluzione di carattere antropologico. E’ facile, quindi, arguire perché particolari faccende politiche siano andate, e vadano ancora, in una certa maniera. Il Grimaldi, a nostro avviso, ha semplicemente aggirato certi vincoli burocratici, preferendo mirare al sostanziale, pro domo sua, piuttosto che al formale. Successivamente pare che questo sia servito ad alimentare ingannevoli suggestioni in quanti, affascinati dalla primazia del Principe, inteso come padrone e superiore, si sono illusi di dare lustro al loro paese servendosi anche di Principi, Padroni e Superiori niente affatto qualificabili come tali. A differenza dei Milano, discendenti dei Milia di Valencia, nipoti di Callisto III, dei Caracciolo della Famiglia Caracciola Rossa il cui capostipite Enrico fu Gran Camerlengo (e amante?) della Regina Giovanna nel XIV secolo, dei Cordova molto vicini a Re Ferdinando II° detto il Cattolico e dello stesso Marino Correale di Sorrento che già prima di acquisirsi il Ducato di Terranova con Reale Rescritto del 1 gennaio 1458 risultava Barone di Ardore e Bombile, il nostro vantava solo enormi quantità di ducati nei forzieri con i quali fare e disfare a piacimento. Val la pena ricordare che i Grimaldi di Terranova si aggiudicano la Contea di Terranova nel 1574, versando 280.000 ducati, cinque in più dell’ultima battuta d’asta che ne prevedeva 275.000, e che soltanto nel 1609, ossia a distanza di ben 35 anni dall’acquisto del feudo, ottengono il titolo di Principi di Gerace e Duchi di Terranova, sborsando l’ulteriore somma di 16.000 ducati, e che solo dopo aver ottenuto il titolo principesco scendono nel feudo così profumatamente pagato. Cittadini di Casalnuovo, non solo seri e responsabili, ma anche e soprattutto poco inclini alle riverenze aristocratiche, si opporranno formalmente a quell’aggiunta “di Curtuladi” tanto che quest’appendice impropria risulterà solo “per breve tempo” collegata al destino di Casalnuovo. Ci riferiamo ai concittadini Chitti e Raso che, rivendicando le proprie origini, chiedono che il loro paese “che non era stato mai Curtuladi”, sia riconosciuto col solo, vero, consolidato e pertinente toponimo di Casalnuovo. Come possiamo, poi, ignorare completamente la vicinanza di San Giorgio Morgeto, i cui uomini, temprati da una storia di espansione millenaria, già al tempo del vassallaggio dei Milano D’Aragona si erano portati su entrambe le sponde del Vacale? Possibile che non ci suggerisca nulla la lunga controversia tra il Duca di Terranova e il Marchese di San Giorgio, posta in essere da quest’ultimo davanti al Sacro Consiglio per rivendicare il diritto sulle golene e sulle opere esistenti nella parte meridionale del fiume Vacale, quella che presumibilmente segnava i confini di nord-est del Ducato di Terranova, e della quale abbiamo già detto? E che dire dell’altra controversia datata 1590 nella quale i Milano di San Giorgio e Polistena sostengono che il territorio della loro Baronia “non solo s’estende per tre miglia da quella parte de fiume Vacale verso Terranova, ma s’estende fino al mare, come appare dall’investitura del Re Roberto fatta a Monsignor Augeriamo Arcivescovo di Capua della Baronia di San Giorgio nell’anno 1318 ?” E' vero, si tratta di una controversia sollevata da opposte pretese territoriali tra due signorotti che evidentemente non filavano d’amore e d’accordo, ma quand’è che nasce solitamente una controversia? Nasce quando una parte attrice conviene in giudizio avanti la giurisdizione competente un’altra parte che, anche solo per mera presunzione, gli ha leso un diritto acquisito e consolidato. In ogni caso, che la ragione stesse da una parte piuttosto che dall’altra, a noi, non interessa granché. Non andremo in cerca di riscontri giudiziari e di sentenze. A noi interessa che la controversia nasca, esista documentalmente e sia innescata dal fatto che i Milano, e per essi la gente di San Giorgio e Polistena, erano arrivati oltre “tre miglia “ dal fiume Vacale, fotografato “da quella parte verso Terranova”. Se così non fosse stato, non ci sarebbe stato motivo alcuno di convenirli in giudizio. Tre miglia corrispondono a circa 4500 metri, ossia a 4 Km. e mezzo. Allora, siamo alle porte di Casalnuovo, se non dentro addirittura. E se tanto ci dà tanto, vuol dire che quella zona era abitualmente praticata da uomini che con le loro opere avevano superato, e superato di molto, il limite del Vacale dalla parte del Ducato di Terranova, per operarvi e abitarvi. Abituati come siamo a maneggiare la storia con la massima prudenza, consegniamo al genere degli aneddoti e delle leggende la storia del cosiddetto ratto delle sangiorgesi (le famose figlie della Zi’ Japica). Ma non possiamo ignorare, giudicandola tessera di scarso rilievo nella composizione del nostro puzzle, che buona parte dei cognomi che caratterizzano la popolazione di Casalnuovo e, via via, di Cittanova, trovano corrispondenza con quelli della vicina San Giorgio: Giovinazzo, Fazzari, Demaria, Raso, Sorrenti ecc. Se così è, pensiamo che a nessuno possa passare per la mente che sia stato Casalnuovo a trapiantare quei cognomi nella San Giorgio titolare di natali storici controversi quanto si vuole, ma, in ogni caso, molto, ma molto più antichi e documentati che non quelli di Casalnuovo. E quando si sostiene che siano stati i sangiorgesi gli edificatori della Chiesetta della Catena, da qualche cronista frettoloso e confuso identificata con quella della Madonna della Catena di Campo (campus) forano ubicata, invece, alle porte di Polistena, non sorge spontanea la domanda: perché mai sangiorgesi e polistenesi, già sufficientemente ricchi di chiese, e di chiese di valore artistico e monumentale come quella della Trinità a Polistena e dell’Annunziata a San Giorgio e, sempre a San Giorgio, di un rinomatissimo Convento, risalgono il Vacale ed edificano un luogo di culto in un ambiente non di loro pertinenza? Un luogo, per giunta, posto a due passi dal famoso fondaco del quale si è detto prima? Né possiamo ignorare che quando il Correale nel 1458 entra in possesso del Ducato di Terranova, assume anche la Baronia di San Giorgio e Polistena, unificando i due feudi. Per non dire di quant’altri l’hanno preceduto. Che non è certamente elemento di così scarso valore, tanto da non tenersi in alcuna considerazione lasciandolo passare inosservato. Ecco perché, una volta detto del De Cristo, siamo automaticamente, portati a riconsiderare in chiave critica le due edizioni di Arturo Zito De Leonardis, l’una del 1974 e l’altra del 1986, titolate in entrambe le occasioni “Cittanova di Curtuladi”. Come se 12 anni, tanto è il tempo che passa tra le due edizioni, non siano stati sufficienti a convincere l’autore dell’improprietà di quella titolazione. Tanto più che nel corpo dell’opera, a comprova del nostro assunto, sono riportati dati e documenti sufficientemente esplicativi per evitare quella titolazione impropria, piuttosto che insistere in vecchie e superate tradizioni locali. Ne fanno fede, tra l’altro, documenti come il ricorso di Chitti e Raso, e la nota dell’esistenza di Casalnuovo in epoca anteriore al bando “infruttuoso” del 1618, per ammissione esplicita degli stessi Grimaldi. Prima di concludere questo faticoso capitolo ci permettiamo di suggerire agli Amministratori Comunali, delegati anche alla custodia della memoria storica del nostro paese, di prendere in considerazione la necessità di approfondire con i mezzi più idonei le tesi qui sostenute, per mettere un punto fermo rispetto a una questione di rilevanza assoluta. Sarebbe opportuno e rispettoso rimuovere anzitutto il marmo posto sul frontale del nostro municipio, che recitando: HIERONIMUS GRIMALDI EXCELLENTISSIMUS LOCRENTIUM PRINCE HANC CIVITATEM NOVAM A FUNDAMENTIS EREXIT HANC ORNAVIT QUAE PRIMO CASALIS NOVAE NOMEN HABUIT AB ORIGINE CURTULADI, recita in maniera indebita e distorta. Intanto Girolamo Grimaldi è eccellentissimo principe di Gerace, mai di Locri, intanto Casalnuovo non fu da quel Principe mai costruito dalle fondamenta, a fundamentis erexit, intanto non è stato mai parte o appendice di Curtuladi, que nomen habuit ab origine Curtuladi. Correttezza vorrebbe, altresì, che si rivedessero le motivazioni adottate nella delibera che, a suo tempo, ha dato il nome di Curtuladi ad una pubblica via di Cittanova. Nessun ostracismo verso quello sfortunato Casale cancellato dalla geografia locale molti secoli addietro; ma se in quell’atto ufficiale dovessero riscontrarsi motivazioni storiche connesse con la nostra storia patria, sarebbe moralmente e politicamente corretto ovviarvi o con l’assunzione di altra delibera indifferente, ovvero cambiando la denominazione di quella pubblica via.
fonte testo: Raffaele Romano Giovinazzo, Cittanova - La vita economica e sociale. La Cassa Rurale e Artigiana, 1920 - 2004, Rubbettino Industrie grafiche ed editoriali, Soveria Mannelli (CZ), 2004. |