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La Chiesa degli Ottimati, di origine medioevale, è stata riedificata nel XVIII secolo con elementi dei mosaici provenienti dall'antica Cripta della Chiesa bizantina di San Gregorio Magno o degli Ottimati (sec. XII) e in parte con elementi in marmo greco derivati dalla distrutta Abbazia basiliana di Santa Maria di Terreti (sec. XI). Sita nei pressi del Castello Aragonese, in origine riprendeva lo stile bizantino a pianta centrale, come la Cattolica di Stilo e la Chiesa di San Marco di Rossano, in stile orientaleggiante e con cupola rossa.

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Nel 1583 la Chiesa viene dichiarata “Cappella della Venerabile Congregazione dei Nobili del Gesù sotto il titolo della SS. Annunziata” sotto la direzione dei Gesuiti. Nel 1594 la Chiesa e la Cappella vengono distrutte dall’invasione dei Turchi. Nel 1783 il terremoto reca numerosi danni alla Chiesa che viene però recuperata dai Gesuiti nel 1850. Nel 1916, una devastante politica urbanistica distrugge completamente la chiesa e la cripta, si salvano soltanto i mosaici, 4 colonne che si trovano oggi all’ingresso, l'Annunciazione di Maria Vergine (la Vergine e l'Angelus), grande pala d'altare tardo-rinascimentale su tela, opera giovanile di Alessandro Ciampelli (1597) e una tela del Mancinelli raffigurante Sant’Ignazio di Loyola, datata 1540, entrambe conservate all'interno della chiesa. Il tempio, ricostruito nel 1933, di stile arabo-normanno, presenta una pianta a croce latina a tre navate, le due laterali sono coperte da volte a crociera, mentre quella centrale da volte a botte, sorrette al centro da colonne. Sulla facciata principale vi è un portale ad ogiva affiancato da due colonnine gotiche e, sopra di esso, si nota un rosone, sormontato da una torre campanaria. Sotto le finestre ogivali si possono vedere delle lapidi che ricordano alcuni avvenimenti importanti per la chiesa. Il pavimento musivo sito nella Chiesa è sicuramente uno dei manufatti artistici più significativi del territorio, e forse dell’intera Regione. Studi recenti, infatti, mentre ne evidenziano stringenti tangenze stilistiche con altre coeve realizzazioni, quali il mosaico pavimentale del presbiterio della Cattedrale di Salerno e quello della Cappella Palatina di Palermo, soccorrono a confermare l’esistenza in Reggio di una cappella regia, legata al palatium, e voluta dal re normanno Ruggero II.

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Il “complesso di S. Gregorio” era infatti formato da due chiese sovrapposte, quella inferiore intitolata a Santa Maria dell’Annunziata e bizantina, quella superiore di San Gregorio Magno, edificata dai Normanni sopra la vecchia Katholikè, secondo gli indirizzi del più ampio programma politico di latinizzazione promosso nel regno. Per una migliore comprensione della valenza artistica del pavimento, occorre osservare come il sectile reggino utilizzi un repertorio ornamentale che trova il suo più illustre antecedente nel pavimento della Basilica abaziale di Montecassino ed ampiamente diffuso, sin dagli inizi del XII secolo, ad opera dei maestri Cosmati. Il tappeto quadrato centrale, con otto grandi spirali in mosaico alternate a fasce di marmo bianco sviluppa infatti uno schema assai tipico e comune nelle realizzazioni cosmatesche romane, il motivo del quinconce, dove però la rota centrale, generalmente in porfido, è sostituita con una croce gerosolimitana, dovuta ad un probabile restauro cinquecentesco, quest’ultimo, da connettersi storicamente con il passaggio dell’edificio all’Ordine dei Gesuiti. Alla devozione gesuitica appartiene il dipinto raffigurante a tre quarti di busto ” S. Ignazio di Loyola con il libro della regola dell’ Ordine”, restaurato dalla Soprintendenza ed esemplato sull’illustre prototipo romano della Chiesa del Gesù, espressione di una politica di riaffermazione voluta dall’Ordine al suo rientro dopo la dolorosa espulsione settecentesca. All’interno è conservato un grande Crocifisso ligneo novecentesco e alcuni stemmi marmorei delle nobile famiglie reggine dei Filocamo, degli Altavilla, del Griso e dei Borboni.

La data di origine del Santuario di Maria SS. della Consolazione, detta anche l’Eremo, è incerta, forse posteriore al 1532, anno in cui i Padri Cappuccini arrivarono a Reggio Calabria per fondarvi la comunità. La devozione alla Madonna della Consolazione ha le sue origini nel 1577, quando la città fu colpita da un'epidemia di peste che falcidiò la popolazione; la Madonna, apparsa ad uno dei Frati Cappuccini che abitavano nel Convento situato nel posto dove è stato edificato l'attuale Santuario, annunciò l'imminente fine dell'epidemia. Dal 1752 la Madonna è venerata dai reggini come Patrona della città.

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La chiesa attuale, costruita su progetto dell’architetto Anna Anastasi Sbarracani, è di impianto recente. Tramite una scalinata si accede al portale decorato con scene della vita di Gesù. Nella Basilica, a tre navate, è conservata una Croce bronzea, opera dello scultore reggino Pasquale Panetta, del quale sono anche i pannelli in bronzo raffiguranti la Via Crucis, una tavola della Madonna della Consolazione (1547), opera del pittore reggino Nicolò Andrea Capriolo, posta dentro un’elevata pala bronzea e la Vara processionale in lamina d’argento sbalzata su anima in legno, opera napoletana (XVIII–XIX secolo). La festa, che si celebra il secondo sabato di settembre, è una delle più importanti della provincia di Reggio Calabria e si svolge con grande partecipazione popolare. La prima celebrazione nota della festa risale al 21 novembre 1592, conseguentemente al primo soccorso mariano ai reggini, durante la peste che colpì Messina nel 1576 e che si protrasse poi per molti anni. Una grandiosa processione si snoda dall'Eremo fino al Duomo dove, dopo la “volata” (con la quale i portatori rivolgono l'Effigie Sacra verso il popolo), la Madonna rimane sino al martedì successivo, giorno in cui si svolge la seconda processione, detta “a passiata”, con ritorno al Duomo.

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La leggenda vuole che il dipinto, trasportato più volte nel Duomo della città, riappariva miracolosamente presso il luogo dov'era stata ritrovato da un contadino e dove poi sarebbe sorta la basilica dell'Eremo, nella quale il quadro viene ora custodito. La Sacra Effigie, che rappresenta il fulcro della spiritualità reggina, è dotata di una ricca cornice e viene issata su una macchina alta circa 5 metri e larga 2 metri, dal peso di 3 tonnellate, denominata Vara, che viene trasportata a braccia dai varatori, che un tempo erano pescatori. “Oggi e sempre: viva Maria” è il grido dei “portatori” che condensa la devozione dei reggini verso la Madonna della Consolazione, una consolazione, così come intesa nella sacra scrittura, che è insieme soccorso, assistenza, aiuto. Il quadro che la rappresenta fu benedetto dall’arcivescovo Agostino Gonzaga nel gennaio del 1548 all’interno della Cattedrale di Reggio Calabria: da allora vive una tradizione carica di fede e di coinvolgimento popolare. Nella notte che precede la discesa del Quadro dall'Eremo al Duomo si fa la veglia alla Madonna, tradizione molto antica che risale al 1658. Sono note le vicende che legarono i reggini alla Madonna della Consolazione in occasione di pestilenze, epidemie e terremoti. Durante la permanenza al Duomo si rinnovano antiche tradizioni, tra le quali l’offerta del cero votivo che l’Amministrazione Comunale offre a nome del popolo reggino per voto fatto nel 1636 e rinnovato il 24 maggio del 1657 nel corso di una solenne Messa Pontificale e con atto del notaio Cristoforo Latella. A novembre, nel sabato che precede l'ultima domenica di avvento, festa della presentazione della Beata Vergine Maria, il quadro viene riportato in processione sino a ”Cardinale Portanova” e dopo le “consegne” nelle mani dei Padri Cappuccini, ritorna all'Eremo. Durante la processione, gli abitanti di Cardeto accompagnano il quadro, danzando al suono del tamburo, del tamburello e della zampogna. La chiesa, inaugurata l’8 dicembre 1971, è stata elevata a Basilica Minore nel 1972.

La Chiesa, ricostruita dopo il terremoto del 1908 e inaugurata nel 1935, è dedicata ai caduti in guerra ed ha un aspetto semplice ma imponente. La facciata è classica e il portale è sovrastato da una lunetta nella quale è rappresentato San Giorgio che uccide il drago. Tutto è sovrastato da un timpano triangolare con dentro una nicchia vuota e sopra, una croce in muratura. Il portone è composto da riquadri con all’interno una fiamma e i nomi incisi dei luoghi testimoni dell’eroismo dei soldati italiani caduti durante la Prima Guerra Mondiale.

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Ai lati del portale vi sono dei bassorilievi raffiguranti alcuni episodi della guerra. L’interno è a navata unica. Ai lati vi sono alcune cappelle, a sinistra quelle del Crocifisso, del Rosario, del Battistero e di San Giuseppe, a destra quelle dell’Immacolata, del Sacro Cuore di Gesù, del beato Giovanni Guarna e di Sant’Antonio. L’abside è decorata con mosaici raffiguranti Cristo in mezzo agli Angeli, San Pietro e San Paolo, San Giorgio e i quattro Evangelisti. L’altare è in marmo nero e verde. Uno “stralcio” di vita municipale reggina del 1600 è quello fornito da una immeritatamente dimenticata scultura sita nella piazzetta antistante la chiesa e nota con il titolo di “Angelo tutelare”. Secondo quanto riferisce la tradizione storiografica locale (Spanò Bolani), esso venne eretto per “cancellare la triste ricordanza” di una faida familiare, ma più verosimilmente furono le incessanti minacce dei Turchi a spingere i reggini a commissionarne la realizzazione ad un artista siciliano, probabilmente quello stesso Placido Brandamonte documentato in città per altri importanti lavori.

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La scultura si ergeva a poca distanza dalla Porta dell’Estero ed iconograficamente sembra identificabile con San Michele Arcangelo, cui la tradizione religiosa riconosce da sempre la valenza di victoriosus condottiero delle milizie celesti e difensore del popolo cristiano. La travagliata vita del manufatto è emersa dal suo stato di conservazione, “ricondotto a miglior forma”, ovvero “restaurato” nel 1753 secondo quanto recita una lapide apposta sul fronte dell’attuale basamento. Venne trasferito nei depositi del museo cittadino all’indomani del 1908, quindi collocato nel cortile laterale della chiesa di San Giorgio al Corso, da dove venne rimosso, intorno al 1960, per l’odierna collocazione. Qui, depositi legati allo smog cittadino hanno contribuito a degradarne la materia rendendo necessario un intervento conservativo. Una porzione di avambraccio destro della scultura è stata rinvenuta tra il materiale di scavo nel cortiletto attiguo alla chiesa.

Durante il periodo bizantino, la chiesa rappresentò il principale luogo di culto della città, ma la successiva dominazione normanna le tolse importanza, anche a causa della blanda latinizzazione somministratagli. Il rito greco rimase, il protopapa è tuttora nominato, mentre restò indipendente dal vescovo solo fino al 1818.

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Distrutta dal terremoto del 1783, la chiesa venne riedificata nel 1876 sul sito originale, in stile neoclassico. Colpita anche dal sisma successivo, fu restaurata nel 1954. Notevole è il portale in bronzo dorato di accesso al tempio, diviso in due ante alte 6 metri in stile eclettico, mediterraneo e nord-europeo, opera dello scultore reggino Giuseppe Niglia. Sul portale sono rappresentate in maniera simbolica e senza una contestualizzazione spazio-temporale l’Annunciazione, la Natività, la Presentazione al Tempio, la Fuga in Egitto, l’Orazione, le Nozze di Cana, la Crocifissione, la Vergine. Da notare, infine, all’interno della chiesa, il Sigillo della corona di spine del Cristo.

La Chiesa presenta una facciata romanica, con tre portali di bronzo. Il portone centrale del Gismondi rappresenta la vita di San Paolo, mentre i portoni di destra e di sinistra, di Nunzio Bibbò, raffigurano rispettivamente la “Porta del Male” e la “Porta del Bene”. Le nove nicchie ospitano mosaici che raffigurano San Luca, San Giovanni Crisostomo, Sant’Agostino, San Paolo, e ai lati Socrate, Platone, Aristotele, Cicerone, Virgilio e Seneca. Nei cerchi si riconoscono le immagini di Alessandro Magno e Giulio Cesare.

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Sul sagrato vi è la statua di San Paolo. L’interno ospita 500 metri quadri di mosaici, opera in parte di Nunzio Bava. Nell’abside è raffigurato il trionfo di Gesù seduto sul trono, con ai lati Paolo, Stefano da Nicea e gli angeli. Sulle colonne della navata centrale sono raffigurati vari episodi della vita di Cristo, parabole e ben 36 figure di patriarchi. Sulla balaustra vi sono 4 angeli del Correale: l’Angelo del mistero, della fiamma, della meditazione e dell’annunzio. La fonte battesimale è di Nicola Berti, autore anche dei due angeli e dei quattro pannelli dedicati a San Paolo. La Chiesa ospita il piccolo museo di San Paolo, con una pinacoteca e una raccolta di oggetti sacri. Il museo, che nasce grazie alla passione di Mons. Gangemi, conserva un vero tesoro, oggetti e arredi sacri e ospita una pinacoteca e una raccolta di 180 icone di varie epoche; alcune, rarissime, sono la testimonianza dei secoli di presenza ortodossa nel Sud. Provengono dalla Grecia, dalla Russia, dai Balcani e dalla Calabria. Di notevole importanza sono l’icona con la Madonna e il Bambino, quella con San Gerasimo e quella russa con il calendario e la rappresentazione dei 30 santi, giorno per giorno. Tra gli argenti disposti nella sala centrale, di particolare rilievo sono un cofanetto del 1776, in stile orientale, reliquiario donato a Dio dal re Carlo di Borbone e 40 calici, tra i quali alcuni di Filippo e Pietro Juvara, 26 incensieri e 18 ostensori. La pinacoteca conserva invece una tavola attribuita da alcuni ad Antonello da Messina, altri invece sostengono che sia di un autore ignoto del XV secolo. L’opera rappresenta San Michele che uccide il drago. Tra le altre opere da notare, una tavola del 1491 raffigurante la Vergine e attribuita a Cima da Conegliano. Bellissime anche le altre 100 opere custodite nel museo.
Nunzio Bibbò è nato a Castelvetere (Bn) il 23 marzo 1946. Per tutto il corso degli anni sessanta Napoli diventa la sua città. Gli Studi dei suoi insegnanti di scultura, Tomai e Dell’Erma, sono la sede dove scoprire l’essenza del lavoro e della vita di un artista. Nel 1964, dopo essersi diplomato presso il liceo artistico, si iscrive all’Accademia dove incontra l’insegnamento di Emilio Greco (il classicismo nella scultura moderna), Mazzacurati (la figurazione moderna), Umberto Mastroianni (l’astrattismo), ma la continuita' dell’insegnamento, nella conduzione del corsi, viene garantita da Augusto Perez. Nel 1972 riceve l’incarico di insegnante a Brera, dove accetta di restare per un solo anno, l’anno dopo, infatti, si trasferisce a Roma, che diventa la sua nuova citta' , dalla quale riceve sollecitazioni importanti, suggestioni che arricchiranno la sua arte. Intesse relazioni con il mondo artistico romano ma la sua indole e' quella del creatore che con discrezione si apparta, vivendo esclusivamente il proprio Studio. Nel 1975 è presente alla X Quadriennale, nel 1976 l’Università di Cincinnati gli dedica una personale, mentre estende la sua attività creativa all’arte incisoria. Nel 1980 il Museo d’arte di Sofia organizza una sua importante personale e gli dedica una sala permanente. Nel 1985 è l’Istituto di Cultura di Monaco a riservargli un personale, mentre la GaIlery Print Workshop di Melbourne l’organizza nel 1989. Fra le diverse opere monumentali create da Bibbò, la piu' complesse la termina nel 1988, la porta sui temi della vita di S. Paolo per la Cattedrale di Reggio Calabria. E' uno scultore-pittore che porta con se, costantemente, il tratto dell’ artista che ricerca in solitudine.

Il Santuario sulla Collina degli Angeli è situato in posizione incantevole. L'edificio è in stile gotico moderato. La facciata è divisa in tre settori, decorata da un ricco rosone. Alti e snelli svettano due campanili terminanti a guglia, sormontati da una croce di ferro battuto. L'interno del Santuario è a croce latina, a tre navate, che terminano con tre absidi. Le navate laterali si interrompono al transetto, quella centrale termina con il presbiterio e abside circolare. In fondo, sull'altare maggiore, in zona sopraelevata, in un artistico tempietto marmoreo, è posta la statua di Sant'Antonio, vi si accede attraverso due scale laterali. La decorazione è ricca di colori preziosi, la mistica architettura crea luce e spazi per la preghiera. Ai lati dei presbiterio si aprono due porte sovrastate da artistici mosaici; quello di destra raffigura Don Orione, quello di sinistra San Francesco di Paola. Sul transetto si erge una cupola di forma rettangolare, che richiama nelle sue linee quella del Brunelleschi in Santa Maria del Fiore a Firenze.
Il portale centrale immette in un breve corridoio con sopra la tribuna riservata ai cantori e all'organo; vi si accede attraverso una scala a chiocciola posta a destra. A sinistra è situato il motivo iconografico del mondo cristiano, un grande crocefisso di legno. Il pavimento è in marmo, il soffitto è ad archi incrociati. All'inizio della navata di sinistra si trova la tomba del Canonico Salvatore De Lorenzo, le cui spoglie sono state traslate nel 1952. Gli aspetti fondamentali della sua figura sono stati magistralmente sintetizzati e resi plastici nel ritratto bronzeo che lo scultore Francesco Triglia ha realizzato per la lapide. Più avanti, nella navata di destra, si trova la statua di San Pietro in gesso dipinto di nero. Tutto l'interno è arricchito da artistiche vetrate e belle pitture che raffigurano scene della vita di Sant'Antonio e di Don Orione. In fondo si trova l'antico altare in marmo variamente colorato, col frontespizio ricoperto da bassorilievi di grande efficacia artistica e decorativa. La Via Crucis è rappresentata da artistici quadretti in legno; una pregevole statua lígnea dello scultore Flavio Pancheri, si trova nella navata di sinistra. Tutto l'insieme del Santuario è opera di pregevole architettura. Il ritmo cromatico si fonde mirabilmente con l'atmosfera del Tempio, con l'Altare del grande Taumaturgo.

La struttura risulta singolare per le sue cupole e cupolette che si ergono ai lati, sulle navate, sull’abside, sul campanile. E’ a tre navate e di un certo interesse sono l’Altare maggiore, i lampadari in ferro battuto, il confessionale ed un Crocefisso in cartapesta. Sulla navata di sinistra si trova un dipinto di Sebastiano Conca raffigurante la Madonna della Cintura. L’ambone, in bronzo, di Michele Di Raco, è ornato a bassorilievo.

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Bella costruzione classicheggiante, la chiesa di Gesù e Maria possiede una facciata lineare, preceduta da loggetta pensile e scale laterali. Il sito di costruzione è probabilmente originale, anche se la distruzione provocata dal terremoto del 1908 non ha consentito la classificazione delle pietre. L’interno, molto luminoso, è suddiviso in tre navate. Nella navata destra si trovano il monumento con bassorilievo di Giuseppe Morisani (XVIII secolo), un crocefisso del XIX secolo e la Via Crucis, realizzata dallo scultore Ennio Tesei con pannelli di bronzo. La cripta conserva le cosiddette “varette”, figure di cartapesta della scuola napoletana condotte in processione il Venerdì Santo.

Progettata da R. Pedace, fu più volte rasa al suolo dai terremoti. La Chiesa, in stile gotico, fu costruita nel 1598. A causa dei terremoti del 1783 e 1908, fu più volte rasa al suolo. All’interno si possono ammirare una pala d’altare che raffigura la Madonna della Vittoria e Reggio Calabria, una tela di San Filippo Neri e due quadri della Madonna Assunta.

E’ a navata unica e sulla parete di sinistra si aprono le cappelle del Battistero e del SS. Crocefisso oltre al grande campanile. Il crocefisso è frutto dell’arte napoletana del secolo scorso. Il tabernacolo, tutti gli elementi liturgici e le sculture in bronzo sono di Michele Di Raco. Il presbiterio ospita un’interessante tela di Annunziato Vitrioli raffigurante il Martirio di San Sebastiano.

Detta Chiesa della Graziella, è un raro monumento del sec. XVII. La chiesa ha subito saccheggi che l’hanno depredata dai suoi arredi. E’ stata finalmente restaurata e riportata al suo splendore.

All’interno si conserva l’altare del 1787 di Paolo Richichi, decorato con marmo verde e giallo, già collocato in Duomo e poi trasferito a seguito della demolizione dello stesso dopo il sisma del 1908. L’altare è un capolavoro con le sue superfici concave e le varie decorazioni.

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